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7 gennaio 2019

Amnesty International, codici identificativi per le forze di polizia

La sezione italiana di Amnesty International il 6 novembre ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia Franco Gabrielli per lanciare una campagna affinchè le forze di polizia siano dotate di codici identificativi alfanumerici durante le operazioni di ordine pubblico.

La richiesta cade a distanza di 17 anni dal G8 di Geno­va del 2001: benché le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani commesse in occasione di quell’evento siano state accerta­te in giudizio, molti fra gli appartenenti alle forze di polizia coinvolti sono rimasti impuniti, in parte proprio perché non fu possibile risalire all’identità di tutti gli agenti presenti.

Non è la prima volta che Amnesty Italia chiede l’utilizzo di codici identificativi ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Già nel 2011, in occasione del 10° anniversario del G8 di Genova, fu promossa la campagna “Operazione trasparenza. Diritti umani e polizia in Italia” in cui si chiedeva anche al Governo di esprimere pubblicamente una condanna e delle scuse verso le vittime per le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di polizia a Genova nel 2001 e di garantire indagini rapide e accurate e processi equi nei casi in cui c’era stata violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Nel 2012 il Parlamento europeo approvò una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’ Unione europea ) in cui, alla raccomandazione n. 192, si sollecitavano gli Stati membri “ a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Diversi Stati dell’Unione europea hanno dato seguito a questa richiesta, ma non l’Italia.

Nel corso delle passate legislature, numerose iniziative parlamentari hanno sottolineato la necessità di rendere più agevole l’individuazione, laddove necessaria, dei singoli agenti adibiti a funzioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

Tuttavia queste proposte non hanno avuto esito positivo.

Amnesty Italia, pertanto, ritiene ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata.

L’auspicio di Amnesty è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

Alla campagna hanno aderito anche “A Buon Diritto”, Antigone, l’associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.

“Questa campagna non è contro le forze di polizia, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinchè questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali” ha sottolineato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

“L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere tenuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani”, ha concluso Marchesi.

Per sostenere questa richiesta della sezione italiana di Amnesty International si può firmare una specifica petizione utilizzando il link https://www.amnesty.it/appelli/inserire-subito-i-codici-identificativi/.




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7 gennaio 2019

In Sud Sudan più di 6 milioni di persone soffrono di fame estrema

In Sud Sudan, quasi la metà della popolazione sta soffrendo la fame estrema, più di 6 milioni di persone, tra cui oltre 1 milione di bambini, che hanno urgente bisogno di assistenza e aiuti alimentari. Attualmente nel Paese, denuncia Save the Children, 270.000 bambini risultano colpiti da malnutrizione acuta grave, mentre circa 20.000 rischiano gravemente di perdere la vita prima della fine dell’ anno a causa della fame. 

Infatti, continua in un comunicato Save the Children,s i prevede che la carestia possa estendersi a quattro stati del Sud Sudan, facendo così registrare un grave peggioramento rispetto allo scorso anno quando invece la carestia era stata dichiarata in un solo stato.

La percentuale di persone che, nel Paese, stanno facendo i conti con la fame è inoltre la più alta in assoluto negli ultimi dieci anni, in particolare nelle aree affette da continui conflitti come Jonglei, Upper Nile, Western Bahr El Ghazal e Unity.

Da quando il Sud Sudan, la più giovane nazione al mondo, ha raggiunto la propria indipendenza nel 2011, i conflitti non si sono mai arrestati e a sopportare le conseguenze più gravi di questa situazione continuano a essere soprattutto i bambini.

L’accesso limitato alle organizzazioni umanitarie, unitamente alla riduzione dei fondi con il piano di risposta umanitaria per il Paese finanziato solo a metà, sta infatti rendendo molto difficile fornire assistenza ai bambini malnutriti.

Uno scenario ulteriormente aggravato dalle violenze nei confronti degli operatori umanitari, per i quali il Sud Sudan rappresenta di gran lunga il posto più pericoloso al mondo, considerando che quasi un terzo di tutti gli attacchi nel 2017 sono avvenuti proprio in questo Paese.

Save the Children chiede che venga garantito con urgenza l’accesso umanitario per raggiungere i bambini che necessitano assistenza e che si possa una volta per tutte mettere fine al conflitto. Da questo punto di vista, l’accordo di pace firmato lo scorso settembre, se verrà attuato in modo efficace, potrebbe restituire a milioni di bambini sud-sudanesi la speranza di tornare a vivere al sicuro.

“I bambini malnutriti hanno un sistema immunitario molto debole e hanno almeno 3 probabilità in più di morire a causa di malattie come colera o polmonite rispetto ai loro coetanei in salute. Se non saranno allocati fondi per garantire una pronta risposta umanitaria, la vita di molti bambini continuerà a essere fortemente a rischio”, ha affermato Deidre Keogh, direttrice di Save the Children in Sud Sudan.

Inoltre. secondo il nuovo rapporto diffuso sempre da Save the Children, dal titolo “Lontani dagli occhi, lontani dai cuori, fuori dalle luci dei riflettori milioni di bambini continuano a morire di malnutrizione.

Nel mondo, ogni giorno, 7.000 bambini sotto i cinque anni muoiono per cause legate alla malnutrizione. Cinque ogni minuto.

Bambine e bambini che, a casa loro, in Paesi colpiti da carestie e siccità, afflitti dalla povertà estrema o dilaniati da guerre e conflitti, continuano ad essere privati di cibo adeguato, acqua pulita e cure mediche e perdono irrimediabilmente l’infanzia alla quale hanno diritto.




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7 gennaio 2019

La stazione Termini senza più panchine

La stazione Termini di Roma è stata interessata da un notevole processo di ammodernamento sia nella parte adiacente ai binari sia nella cosiddetta “terrazza”, processo caratterizzato dal proliferare di esercizi commerciali, soprattutto bar e ristoranti.

Apparentemente questo processo di ammodernamento ha reso la stazione Termini più accogliente ed anche più sicura in quanto l’accesso ai binari è consentito solamente ai possessori di un biglietto.

Ma non mancano dei problemi, il più importante dei quali è rappresentato dalla scomparsa delle panchine ed anche, addirittura, delle sale d’aspetto.

Quanti attendono di prendere un treno sono costretti o a stare in piedi o a rifugiarsi in un bar, con relativa consumazione.

Questo problema, credo, è stato esplicitamente voluto dalla società Grandi Stazioni, società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce anche Termini.

In questo modo è riuscita a vendere molti spazi appunto a bar e ristoranti.

Quindi, anche in questo caso, si è cercato di massimizzare i profitti, tralasciando le esigenze di una parte consistente degli utenti.

Del resto tale scelta è in linea con l’orientamento di Ferrovie dello Stato, per quanto riguarda la circolazione dei treni, tendente a privilegiare gli utenti più “ricchi”, coloro che utilizzano le “frecce”, e trascurando invece i pendolari, costretti molto spesso a sopportare forti ritardi e a viaggiare in condizioni molto disagiate.

Ma la proprietà di Ferrovie dello Stato è pubblica e pertanto dovrebbe essere soddisfatte il più possibile le esigenze di tutti gli utenti, anche di quelli con minori disponibilità economiche che, ad esempio, non vogliono o non possono recarsi ad un bar e intendono invece attendere un treno in una sala d’aspetto o seduti comodamente su una panchina.

Peraltro Ferrovie dello Stato, in seguito ad una esplicita decisione dell’attuale governo, sembra più che disponibile ad imbarcarsi in una vera e propria avventura, rappresentata dall’acquisto di gran parte delle azioni di Alitalia, società in forte crisi, che comporterà, molto probabilmente, per il gruppo ferroviario, il manifestarsi di forti perdite tali forse da azzerare i notevoli utili, derivanti anche dalla gestione delle grandi stazioni, che il gruppo negli ultimi anni ha generato.

A maggior ragione quindi sarebbe auspicabile una diversa gestione della stazione Termini, nel senso indicato in precedenza.




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