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14 ottobre 2017

Il 21 ottobre a Roma contro il razzismo

Il prossimo 21 ottobre, a Roma, si terrà una manifestazione denominata “Giustizia ed eguaglianza contro il razzismo”. Diverse sono le associazioni che l’hanno promossa tra le quali l’Arci, Cittadinanzattiva e Legambiente. Una manifestazione, quella del 21 ottobre, senza dubbio molto importante e più che opportuna.

I promotori hanno redatto un documento nel quale sono indicate le motivazioni alla base della decisione di convocare la manifestazione.

Per consentire la maggiore partecipazione possibile, mi sembra opportuno riportare integralmente il documento in questione.

“In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi.

Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa.

Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la ‘colpa’ di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali.

Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà.

Disagio e senso di insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni.

Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna.

Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti. Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.

Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza. Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza. Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari. Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà.

Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere situazioni di irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo.   Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo. Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’Ue. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali. Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo”.

Si può non essere d’accordo con alcune parti del documento, ma nel complesso a me sembra condivisibile e soprattutto ritengo necessario partecipare alla manifestazione del 21 ottobre.

Per adesioni: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com




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11 ottobre 2017

Mdp e Sinistra Italiana raggiungeranno insieme il 3% alle elezioni?

Ormai sembra certo, Pisapia, ex sindaco di Milano e promotore del movimento “Campo Progressista”, non farà parte di una lista, che si presenterà alle prossime elezioni politiche, con Mdp, insieme cioè a coloro che sono usciti dal Pd mesi or sono, capeggiati da Bersani e D’Alema. Quindi è più che probabile che parteciperà alle elezioni una lista in cui saranno presenti rappresentanti di Mdp, di Sinistra Italiana e di altri gruppi minori.

Tale lista adotterà un programma e una linea politica in forte contrapposizione al Pd ed in particolare al suo attuale segretario, Matteo Renzi.

Proprio tale volontà di contrapporsi frontalmente al Pd, assumendo di fatto una politica che non può che essere definita estremista, ha determinato la scelta di Pisapia e di Campo Progressista, critici nei confronti del Pd ma favorevoli alla costruzione di una coalizione di centrosinistra alla quale partecipasse anche il Pd.

Non è detto poi che, soprattutto quando si tratterà di scegliere i candidati, non emergano contrasti fra i diversi soggetti politici che dovrebbero dare vita alla lista di estrema sinistra citata. Ma tali contrasti potrebbero essere superati.

Io ritengo comunque che, se effettivamente questa lista di sinistra “unitaria” si presenterà alle elezioni, essa non potrà che essere del tutto minoritaria.

Dovrebbe ottenere un limitato numero di voti tale che è tutt’altro che scontato che superi la soglia del 3% dei votanti, che dovrebbe essere necessario superare per poter essere rappresentati almeno alla Camera dei Deputati. Per avere anche dei senatori la percentuale potrebbe essere anche più alta se non verrà approvata la proposta di riforma della legge elettorale attualmente in discussione in Parlamento.

E vari sono i motivi che a mio avviso determineranno un successo elettorale della lista di estrema sinistra molto limitato, del tutto insoddisfacente per i suoi promotori.

Innanzitutto la sua natura estremista appunto. Le liste di estrema sinistra, negli ultimi 40 anni, hanno ottenuto percentuali di votanti molto risicate, da Democrazia Proletaria in poi.

Inoltre tali liste, generalmente, sono state il frutto di accordi tra gruppi politici diversi, realizzati in fretta e furia, dopo scontri di non lieve entità sui candidati da proporre, privilegiando gli esponenti di primo piano dei diversi gruppi, senza grandi aperture a rappresentanti autorevoli della cosiddetta società civile. Un esempio, abbastanza recente, fu il risultato ottenuto dalla Sinistra Arcobaleno che non garantì  una rappresentanza in Parlamento.

Infine, il movimento 5 stelle si è ormai consolidato e raccoglie consensi anche fra chi ha posizioni politiche di estrema sinistra.

Quindi è più che probabile che la lista di estrema sinistra che parteciperà alle elezioni politiche del prossimo anno si riveli un fallimento, almeno considerando le aspettative dei promotori.




permalink | inviato da paoloborrello il 11/10/2017 alle 17:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



7 ottobre 2017

Una neonata, con sindrome di Down, abbandonata, che nessuno voleva adottare

Nel nostro Paese, purtroppo, succede anche questo. Una neonata con sindrome di down non solo è stata abbandonata in ospedale, ma non si è riuscito  nemmeno a trovare una famiglia che la adottasse. Alla fine è scattata l’adozione speciale, cioè tale da permettere, grazie a una legge (la n. 184 del 1983, articolo 44), di venir meno ai requisiti richiesti dalla normativa sulle adozioni, estendendo questa possibilità anche ai single.

Ed è stato proprio un single, infatti, a farsi avanti, aprendo le braccia e la porta della propria casa alla piccola. Da tempo, l’uomo aveva chiesto di poter avere in affidamento un bambino con disabilità, senza porre alcuna condizione o restrizione.

Anna Contardi, coordinatrice ai Aipd (associazione italiana persone down) ha rilasciato su www.redattoresociale.it la seguente intervista.

Anna Contardi, ancora accade dunque che un neonato con la sindrome di Down sia abbandonato?

Premetto che parliamo di casi rarissimi: l’abbandono di questi neonati è un fenomeno limitatissimo. La maggior parte dei bambini con sindrome di Down vengono accolti e vivono in famiglia tranquillamente.

Diminuiscono anche le interruzioni di gravidanza in presenza di sindrome di Down?

Sì, anche se queste continuano ad essere abbastanza frequenti. Ma molto è cambiato, in questi anni, nell’immaginario collettivo: incontro sempre più famiglie che, pur scoprendo la sindrome durante la gravidanza, decidono comunque di portarla a termine. Questo sarebbe stato quasi impossibile, solo 20 anni fa.

Ma c’è anche la difficoltà di trovare una famiglia adottiva, in questa storia che arriva da Napoli.

Non posso dire che sia facile trovare coppie disposte ad accogliere bimbi con disabilità in genere, ma posso testimoniare che ci sono, tra i nostri soci, tanti genitori adottivi di bambini e ragazzi con sindrome di Down. Va però considerato un fatto: l’adozione risponde da un lato al bisogno del bambino di avere una famiglia, ma anche spesso al bisogno di una coppia di completarsi con un figlio. E’ in questo caso che, comprensibilmente, l’adozione di una bambino con disabilità fa paura. La nostra esperienza conferma che è più facile che un bambino con sindrome di Down sia adottato da una famiglia che ha già figli naturali. Il fatto che si sia, alla fine di questa storia, trovato un genitore disposto ad accogliere la neonata mi pare una bella notizia: evidentemente il giudice ha riconosciuto la motivazione e la disponibilità di questa persona.

Cosa ci dice, in sintesi, questa storia, soprattutto mentre ci si prepara alla giornata nazionale delle persone con sindrome di Down?

Che bisogna lavorare ancora tanto su conoscenza e informazione: tanto si è fatto, ma molto resta ancora da fare. La paura, l’abbandono, l’interruzione di gravidanza sono tutti temi collegati alla conoscenza. Se si parlasse meglio dei bambini e degli adulti con sindrome di Down, si abbasserebbero anche le paure che a volte portano le famiglie a interrompere una gravidanza o, assai più raramente, ad abbandonare un neonato.

Io ritengo che abbia davvero ragione Anna Contardi.

Si deve parlare meglio dei bambini e degli adulti con sindrome di Down. Del resto con questo post ho tentato di raggiungere proprio questo obiettivo. Ma è del tutto evidente che devono essere soprattutto i mass media a svolgere tale compito. Purtroppo, fino ad ora, lo hanno fatto in misura del tutto insufficiente.




permalink | inviato da paoloborrello il 7/10/2017 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



4 ottobre 2017

Approvare le leggi sul testamento biologico e sulla cannabis

Si è concluso a Torino il XIV Congresso dell’associazione Luca Coscioni a Torino, con la definizione dei nuovi obiettivi per il prossimo anno e la riconferma degli organi dirigenti. Tra i molti temi trattati anche la richiesta che il Parlamento approvi, prima del termine della legislatura, le leggi sul testamento biologico, l’utilizzo degli embrioni sovrannumerari per la ricerca scientifica e la cannabis.

Provare a immaginare le conseguenze che potranno avere sulle generazioni future le decisioni che prendiamo oggi. Questo l’obiettivo principale della tre giorni appena conclusasi del XIV Congresso dell’associazione Luca Coscioni, dal titolo “Scienza e non violenza, disobbedienza civile e ricerca per nuove libertà”, dal 29 settembre al 1 ottobre a Torino.

Tanti i temi esaminati, con l’avvicendarsi di più di 96 relatori – tra i quali  Vladimiro Zagrebelsky, Elena Cattaneo, Mikel Mancisidor, Francisco Thoumi, Cesare Galli, Giulio Cossu, Roberto Defez, Amedeo Santosuosso, Cesare Romano, Marilisa DAmico – e con la partecipazione di Carmen, la mamma di Dj Fabo (Fabiano Antoniani) e Valeria, la fidanzata,Valentina e Fabrizio e Maria Cristina e Armando, neogenitori grazie alle battaglie nei tribunali condotte insieme all’associazione Luca Coscioni contro gli assurdi divieti imposti dalla Legge 40 – coinvolti in un dibattito sulla libertà di ricerca scientifica in Italia che ha sviscerato in particolare il tema della scienza come diritto umano universale e inalienabile, seppur spesso negato, delineando azioni per affermarlo in tutto il mondo.

In Italia, e non solo, troppe ideologie e fondamentalismi, troppi immobilismi politici, ostacolano l’avanzamento di ricerche che potrebbero portare concreti benefici per persone affette da malattie che oggi non lasciano speranza di vita.

Gli ultimi mesi della XVII Legislatura potrebbero consentire l’adozione in Italia di norme strutturali per la libertà di scelta individuale, la ricerca scientifica e il diritto alla salute.

Dal congresso è stato dunque lanciato un appello ai parlamentari affinché le leggi sul testamento biologico, l’utilizzo degli embrioni sovrannumerari per la ricerca scientifica e la cannabis possano finire il proprio iter prima dello scioglimento delle Camere. Questo per evitare che venga perpetrata anche in questi casi una sorta di abiura della politica nei confronti della libertà di ricerca scientifica e di auto-determinazione, come di fatto continua ad avvenire nel caso della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e della Legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, leggi diverse ma ugualmente prese oggi d’attacco da ripetuti tentativi di sabotaggio.

“Il termine ‘nonviolenza’ evoca innanzitutto il dialogo – ha dichiarato in apertura del congresso Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni – il confronto che gli stessi scienziati devono essere disponibili ad affrontare, per smontare le barriere ideologiche che spesso vanno sotto il nome di ‘principio di precauzione’ e che alimentano lo scontro tra soggetti che non si vogliono ascoltare. Ma naturalmente nonviolenza non è solo dialogo. In particolare, sui temi delle libertà civili, di fronte a una politica paralizzata, è la disobbedienza civile che ci può servire per creare nuove libertà”.

Il congresso ha evocato non violenza, disobbedienza civile e impegno di scienziati e pazienti come metodo per sbloccare la politica quando è affossata da giochi di potere e manipolazioni ideologiche, votando, alla fine della tre giorni, una mozione, contenente i punti chiave che caratterizzeranno l’impegno dell’associazione Luca Coscioni nel corso del 2017-18, per indicare nel rafforzamento del diritto alla scienza un elemento fondamentale per l’affermazione dello Stato di diritto e un antidoto alle derive anti-liberali che sempre più connotano le cosiddette democrazie sviluppate, ponendosi l’obiettivo, tra i tanti altri, di convocare la quinta riunione del congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica al Parlamento europeo dall’11 al 13 aprile 2018.

Dalla libertà di ricerca scientifica sulle cellule staminali a quella sulla modificazione del genoma, dall’eutanasia all’interruzione volontaria di gravidanza, dalla fecondazione medicalmente assistita all’uso terapeutico della cannabis, dal nomenclatore tariffario degli ausili e delle protesi e i livelli essenziali di assistenza ai temi della disabilità, delle malattie rare il rispetto delle regole europee sulla sperimentazione animale, dalla libera ricerca sulla sostanze psicotrope fino alla questione dei finanziamenti alla ricerca, l’associazione Luca Coscioni ha ribadito l’urgenza di un confronto pubblico laico, tenendo sempre al centro il peso della malattia e della speranza di cura che risiede in quella libertà di ricerca scientifica sempre più spesso soffocata da questioni che non riguardano la scienza.




permalink | inviato da paoloborrello il 4/10/2017 alle 17:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



1 ottobre 2017

Necessario cambiare il governatore della Banca d'Italia

Tra poche settimane dovrà essere scelto il nuovo governatore della Banca d’Italia. Infatti scadrà, entro breve tempo, il mandato di Ignazio Visco. Potrebbe anche essere riconfermato, ma vi sono però delle richieste di nominare un altro governatore al suo posto.

Innanzitutto è bene precisare che il governatore della Banca d’Italia è scelto con un decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, dopo che si sia tenuta una riunione di questo Consiglio sul tema in questione.

Sembra che il presidente Mattarella ed il presidente Gentiloni siano intenzionati a confermare Visco, come possibile, poiché Visco è al primo mandato e potrebbe quindi essere confermato per altri sette anni.

La riconferma è probabile ma non scontata.

Il principale motivo che rende la riconferma non scontata è rappresentato dalle critiche che negli ultimi anni sono state rivolte alla Banca d’Italia, guidata da Visco, per non aver saputo o voluto contrastare efficacemente le crisi di alcune banche, anche molto grandi, che hanno provocato problemi di notevole rilievo, soprattutto per i risparmiatori, determinando anche un intervento finanziario da parte dello Stato.

Visco e altri esponenti della Banca d’Italia hanno sempre rigettato tali critiche, rilevando che la Banca ha sempre fatto il suo dovere di ente di vigilanza del sistema bancario, compito questo, peraltro, il più importante di quelli che le sono rimasti dopo l’istituzione della Banca centrale europea (Bce) e dell’euro.

Infatti attualmente la politica monetaria dei Paesi dell’eurozona è decisa dalla Bce, anche se i governatori delle banche centrali dei diversi Paesi sono membri del suo Consiglio direttivo.

Certo, il governatore della Banca d’Italia è meno importante rispetto al periodo precedente all’istituzione dell’euro ma ha, comunque, poteri di notevole rilievo e quindi nella scelta del nuovo governatore occorre essere molto accorti.

Notavo in precedenza che vi sono alcune richieste di non confermare Visco, la più rilevante delle quali è quella che sembra avanzare Matteo Renzi, già presidente del Consiglio e attualmente segretario del Pd. Renzi avrebbe anche un suo candidato, Marco Fortis, un economista, docente universitario a contratto presso l’università Cattolica di Milano e inoltre consulente della presidenza del Consiglio, almeno quando era presidente Renzi.

Il motivo di tale richiesta di Renzi è soprattutto quello prima rilevato, i presunti errori compiuti dalla Banca d’Italia nell’affrontare le crisi bancarie, ma anche gli “scontri” che sembrerebbe ci siano stati, in passato, tra Renzi e Visco.

Io credo che il profilo di Fortis non sia quello più adeguato per il nuovo governatore della Banca d’Italia, anche perché la sua eventuale nomina apparirebbe, di fatto, come il tentativo di ridurre l’indipendenza della Banca, soprattutto dalla presidenza del Consiglio e da altri poteri, indipendenza che invece va tutelata.

Ritengo però che sia opportuno non riconfermare Visco, innanzitutto perché a me sembra che l’operato della Banca d’Italia, da lui guidata, non sia stato, effettivamente, esente da errori, seppure di minore rilievo di quelli evidenziati da alcuni politici ed osservatori.

E chi scegliere, quindi, al posto di Visco?

Se il motivo è veramente quello da me citato il nuovo governatore non può provenire dall’interno della Banca d’Italia. Deve essere quindi scelto un “esterno”, però di comprovata competenza ed anche di sicura autonomia.

A me piacerebbe che fosse scelto Donato Masciandaro, professore ordinario presso l’università Bocconi, uno dei maggiori esperti italiani di politica monetaria e finanziaria, particolarmente attento all’operato delle banche centrali.

Ci potrebbero essere anche altri candidati, con caratteristiche però simili a quelle di Masciandaro.

Comunque io credo che sia opportuno non riconfermare Visco ma, ripeto, garantendo l’indipendenza della Banca d’Italia, un’esigenza questa che non può essere assolutamente trascurata.




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27 settembre 2017

Wwf, stop al carbone

Si è svolta a Roma una manifestazione, promossa dal Wwf, per chiedere la chiusura delle centrali a carbone entro il 2025, in vista della pubblicazione, prevista per le prossime settimane, da parte del Governo, della strategia energetica nazionale, con la quale si deciderà la politica energetica dell’Italia per almeno i prossimi 20 anni.

La richiesta del Wwf si basa su un dossier, realizzato dalla stessa associazione, denominato “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso”.

Mi sembra opportuno riportare alcune parti del sommario di questo dossier.

“L’attuale sistema energetico mondiale si regge sull’uso dei combustibili fossili: petrolio, carbone e gas naturale, che nel mix energetico mondiale, pesano per oltre l’81%. Si tratta di risorse preziose ma limitate e assai inquinanti che la Terra ha custodito per decine o centinaia di milioni di anni e che l’uomo, nell’ultimo secolo, sta estraendo e utilizzando a ritmi assolutamente insostenibili.

In poco più di un secolo i consumi energetici sono aumentati di quasi 14 volte e, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea), questa crescita dovrebbe proseguire nei prossimi decenni, ma la disponibilità di fonti fossili è limitata.

Petrolio, gas e carbone si sono venuti a creare in specifiche condizioni geologiche e queste non si ripetono con tanta facilità, soprattutto non in tempi compatibili con gli attuali ritmi di prelievo.

Dalla combustione delle fonti fossili si libera circa il 90% del carbonio che si sta accumulando nell’atmosfera terrestre e che è responsabile dell’alterazione del clima e del conseguente riscaldamento globale, come evidenzia un’imponente mole di studi e ricerche.

Tra tutte le fonti fossili, il carbone rappresenta proprio la principale fonte di emissioni di gas serra: nel 2014, il 46% della CO2, corrispondente a circa 14,9 miliardi di tonnellate, è stata originata proprio dalla combustione del carbone…

Attualmente in Italia sono in funzione 11 centrali a carbone, assai diverse per potenza installata e anche per tecnologia impiegata. Questi impianti nel 2015 hanno contribuito a soddisfare il 13,2% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.201 GWh.

A fronte di questi dati, tutto sommato abbastanza modesti, gli impianti a carbone hanno prodotto quasi 39 milioni di tonnellate di CO2 corrispondenti a ben oltre il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale.

Il carbone usato da questi impianti è sostanzialmente tutto d’importazione, dal momento che il nostro Paese non dispone di risorse carbonifere adeguate allo sfruttamento, sia in termini quantitativi sia qualitativi…

L’uso del carbone non solo rappresenta la principale minaccia per il clima del pianeta ma è anche una delle maggiori fonti d’inquinamento con impatti assai gravi sulla salute di persone, organismi viventi ed ecosistemi. E’ noto, infatti, come dai processi di combustione si liberino numerose sostanze tossiche, alcune bioaccumulabili, altre cancerogene…

Si tratta di elementi da tenere in grande considerazione quando si orientano le scelte energetiche internazionali o anche di un singolo Paese. Soprattutto quando quel Paese non dispone di adeguate riserve di combustibili fossili…

Le stesse riserve di carbone, seppur maggiori rispetto a quella di altri combustibili fossili, sono comunque limitate e localizzate, aspetto che riduce la sicurezza negli approvvigionamenti e che rende i prezzi destinati inesorabilmente ad aumentare mano a mano che si riduce la disponibilità del minerale.

L’Italia nel 2015, con una potenza installata di 116.955 MW, a fronte di una punta massima assoluta della domanda di 60.491 MW, continua ad avere una sovra capacità di produzione di energia elettrica tale da costringere le centrali a funzionare a scartamento ridotto e, quindi, non ha bisogno di investire in nuovi impianti a carbone, ma farebbe meglio a puntare su un diverso modello energetico incentrato sul risparmio, l’efficienza e le fonti rinnovabili, partendo dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da energie rinnovabili allacciate a reti intelligenti (Smartgrids) integrate con efficaci sistemi di accumulo.

Il modello fondato su grandi centrali e lo sfruttamento dei combustibili fossili è già entrato in crisi, il tentativo di perpetuarlo attraverso impianti che usano il vecchio combustibile che promosse la rivoluzione industriale, ma ha causato (e causa tuttora) enormi problemi ambientali è antistorico e sottopone la collettività a rischi e costi inammissibili e duraturi.

La pigrizia imprenditoriale e le rendite di posizione non possono e non devono essere più premiate: la transizione verso il nuovo modello energetico e la nuova economia è iniziata.

Speriamo che il Paese sappia prendere la strada giusta abbandonando sia gli eventuali progetti di nuovi impianti a carbone sia chiudendo le centrali a carbone ancora in attività, iniziando da quelle più vecchie e dannose”.




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24 settembre 2017

Save the Children, i quattro mostri che tolgono la pace ai bambini

In occasione della recente giornata internazionale della pace, Save the Children, con un comunicato, ha voluto ricordare i milioni di bambini che ogni giorno rischiano di non conoscerla mai. La pace è una condizione data da elementi sociali, relazionali e politici e, nella vita di milioni di bambini, sono molti i fattori e le situazioni che rischiano di lederla drammaticamente e irreversibilmente.

E secondo Save the Children sono però soprattutto quattro le cause, definite mostri, che fanno sì che milioni di bambini rischino ogni giorno di non conoscere mai la pace.

“La guerra

L’infanzia dovrebbe essere una soltanto, per ogni bambino, in ogni luogo. Purtroppo non è così e sono tantissimi quelli costretti a diventare adulti troppo presto, perché nascono e crescono in zone di guerra. Ci sono bambini siriani, ad esempio, che ci hanno raccontato che ‘vorrebbero morire per andare in paradiso per trovare cibo e calore’.

Alcuni non hanno mai conosciuto la pace, ad altri è stata tolta con l’infanzia stessa. Sono infatti almeno 3 milioni i bambini che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra e quelli che hanno meno di 12 hanno passato già la metà della loro vita in una condizione di continuo imminente pericolo. Molti di loro soffrono di incubi notturni e hanno difficoltà ad addormentarsi per il terrore di non svegliarsi più. Altri hanno visto i propri cari morire e hanno provato più dolore di quanto ognuno di noi possa sopportare.

La povertà

Sono 570 milioni i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà nel mondo e 750 milioni sono vittime di deprivazioni di vario tipo. La povertà tra i minori è uno dei fenomeni centrali del nostro tempo ed è molto più pervasiva di quanto si creda. Rischia di creare gravi danni al futuro di centinaia di milioni di bambini e della nostra intera società.

I bambini poveri non possono conoscere pace, perché a causa del circolo vizioso che la povertà stessa genera, si ritroveranno a dover lavorare, a doversi sposare troppo presto per garantire il proprio sostentamento e quello della famiglia, le bambine a diventare madri troppo precocemente e la maggior parte di loro non potranno studiare rimanendo così esposti a rischi di esclusione sociale, economica e a disuguaglianze politiche ed istituzionali.

La malnutrizione

Nel mondo sono 156 i milioni di bambini che soffrono di problemi di crescita a causa della malnutrizione. La malnutrizione cronica nei primi 1000 giorni di vita può avere effetti irreversibili sulla crescita e mettere i bambini nelle condizioni di dover affrontare difficoltà nell’educazione e nel lavoro.

Questo tipo di malnutrizione ritarda la crescita del bambino mettendolo in una condizione di svantaggio per il resto della sua vita, rallentando il suo andamento a scuola e diminuendo la propria produttività in età adulta portandolo ad un guadagno minore e ad un più alto rischio di malnutrizione rispetto ad un bambino ben nutrito. Per le bambine, la malnutrizione cronica nei primi anni di vita può avere delle conseguenze sui neonati che daranno alla luce, i quali avranno maggiori possibilità di nascere sottopeso ed essere malnutriti durante gli anni di crescita, avviando così un circolo vizioso destinato a non finire e che priverà i bambini di una vita dignitosa e pacifica.

La mancanza di educazione

Il diritto all’educazione è la premessa fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell’individuo ed è lo strumento più valido per combattere povertà, emarginazione e sfruttamento. 263 milioni di bambini nel mondo non frequentano la scuola: più di 1 bambino su 6 in età scolare. Garantire il diritto all’educazione, significa dare la possibilità di superare le condizioni di svantaggio. Attraverso un’educazione adeguata i bambini possono crescere, formarsi e scegliere cosa diventare favorendo così lo sviluppo della propria comunità e del proprio paese. Grazie a una buona istruzione potranno contribuire a superare conflitti, povertà, fame, per costruire un mondo di pace”.

E, conclude Save the Children, è importante ricordare che è solo lottando contro questi mostri che milioni di bambini potranno ritrovare la pace perduta o mai avuta.




permalink | inviato da paoloborrello il 24/9/2017 alle 10:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



20 settembre 2017

I vestiti alla moda? La maggior parte finisce nei rifiuti

In occasione della settimana della moda a Milano, Greenpeace ha pubblicato il rapporto “Fashion at the crossroads” per denunciare il consumo eccessivo di materiale tessile. Per questo motivo l’industria della moda deve mettere un freno alla produzione.

Su www.redattoresociale.it ci si è occupati di questo rapporto.

L’industria della moda deve “mettere un freno” alla produzione e “allungare la vita dei capi d’abbigliamento”. Non basta il riciclo, occorre ridurre la quantità di rifiuti.

Questa è una delle principali conclusioni a cui si perviene con il rapporto citato.

Viene sottolineato inoltre  che “il consumo eccessivo di prodotti tessili è il problema ambientale più grande da affrontare”.

Non solo. “La promozione del mito della circolarità, secondo cui gli indumenti possono essere riciclati all’infinito, sarebbe addirittura controproducente perché potrebbe incentivare un consumo privo di sensi di colpa”.

Secondo Greenpeace “nei Paesi in cui il consumismo eccessivo è predominante, la stragrande maggioranza degli abiti a fine vita viene smaltito insieme ai rifiuti domestici finendo nelle discariche o negli inceneritori. E’ questo ad esempio il destino per più dell’80% degli indumenti gettati via nell’Ue”.

Nel rapporto vengono proposti anche modelli alternativi di produzione, già esistenti.

Sono 12 i passi che l’industria della moda, in particolare i grandi marchi, dovrebbe compiere per ridurre il suo impatto negativo sulla Terra.

Possono essere sintetizzati in quattro parole: rallentare, impatto, circolarità e sistema.

“Rallentare” significa che la produzione deve utilizzare meno materiale tessile nuovo e allungare il ciclo di vita degli abiti. Per fare questo deve contribuire a “porre fine all’accumulo di vestiti negli armadi delle persone” sviluppando servizi di riparazione, condivisione e leasing di abiti e rivendita degli usati. E poi smettere di incentivare col marketing e la pubblicità l’attuale modello di consumo basato sull’usa-e-getta tipico del fast fashion.

Per “ridurre l’impatto” l’industria della moda dovrebbe impiegare più cotone biologico e certificato “fairtrade” e meno fibre sintetiche come il poliestere e in generale derivanti dal petrolio.

La “circolarità” richiederebbe alla aziende di adottare strategie di produzione che curino tutto il ciclo di vita di un abito, quindi anche la sua raccolta e il suo riciclo.

Inoltre andrebbe incentivato l’utilizzo delle fibre riciclate rispetto alle fibre vergini.

E’ il “sistema” di produzione e promozione che dovrebbe insomma cambiare e diventare sempre più trasparente.

“I grandi marchi dovrebbero assumere il ruolo di leader per fare in modo che la trasparenza e la tracciabilità delle filiere diventi la norma per tutti” mentre ai governi spetta il compito di incentivare sistemi di produzione e commercio più virtuosi.




permalink | inviato da paoloborrello il 20/9/2017 alle 17:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



17 settembre 2017

Gli ambientalisti contro le fonti energetiche rinnovabili

In teoria gli ambientalisti dovrebbero essere a favore delle fonti energetiche rinnovabili. In Italia in realtà, sempre più spesso, nascono comitati locali contro quelle fonti. O contro gli impianti a biomasse, o contro le centrali geotermiche, o contro l’eolico o contro il fotovoltaico. Tale situazione mi sembra del tutto paradossale.

Infatti nel nostro Paese vi è l’estrema necessità di accrescere notevolmente l’utilizzo di energie rinnovabili sia per ridurre l’impatto ambientale negativo causato dalle fonti tradizionali sia per motivi economici e politici, tra i quali l’obiettivo di diminuire la dipendenza dell’Italia da Paesi esteri, relativamente all’approvvigionamento energetico.

Certo gli impianti relativi alle rinnovabili in certi casi determinano un impatto ambientale negativo, ma spesso molto limitato.

Invece l’opposizione che, soprattutto a livello locale, si manifesta nei confronti di quegli impianti è assolutamente sproporzionata rispetto agli effetti ambientali negativi che si possono manifestare.

Sarebbe opportuno che i vari comitati, sorti qua e là per l’Italia, dimostrassero maggiore ragionevolezza, anche se, talvolta, dietro l’opposizione a quegli impianti si celano altri interessi, non esclusi quelli economici.

E mi sembra, pertanto, opportuno riportare alcune parti di un articolo, pubblicato da “Il Sole 24 ore”, di Silvia Pieraccini, “Geotermia, l’Italia scende al sesto posto ma prepara il rilancio con impianti green”, che anche molti ambientalisti dovrebbero leggere.

“Nel 2016 l’Italia è scesa dal quinto al sesto posto nella classifica mondiale dei produttori di energia geotermica, con 815 Mw di capacità installata dietro Usa (3.567 Mw), Filippine (1.930), Indonesia (1.375), Messico (1.069) e Nuova Zelanda (973), e davanti a Islanda (665 Mw), Turchia (637), Kenya (607) e Giappone (533)….

L’Italia – primo Paese al mondo a sfruttare l’energia geotermica per la produzione di elettricità (nel 1907), prima a costruire un impianto geotermico (a Larderello, in provincia di Pisa, nel 1913) e fino al 1958 unica al mondo a produrre elettricità dalla geotermia – rischia dunque di perdere terreno, proprio ora che le nuove tecnologie permettono impianti ‘puliti’.

‘Negli ultimi sette anni in Turchia sono stati sviluppati progetti geotermici di nuova generazione, che prevedono la completa reiniezione del fluido geotermico e nessuna emissione di gas in atmosfera, per 1.000 megawatt – spiega Pietro Cavanna, presidente del settore idrocarburi e geotermia di Assomineraria Confindustria – mentre nello stesso periodo, in Italia, non è arrivato al traguardo neppure uno dei progetti pilota basati sulle nuove tecnologie a basso impatto ambientale, e presentati sulla base del decreto 22 del 2010 che assegna la competenza al ministero dello Sviluppo economico d’intesa con le Regioni’.

Il motivo dello stop alla ventina di progetti-pilota è un mix di burocrazia, ostacoli territoriali e comitati ambientalisti.

‘Eppure qui abbiamo tecnologie all’avanguardia e aziende pronte a operare, dalle perforazioni all’impiantistica di superficie’, aggiunge Cavanna.

Il ministero per lo sviluppo economico annuncia la volontà di proseguire su questa strada: ‘Una delle due linee di sviluppo sulla geotermia – spiega Gilberto Dialuce, capo della direzione per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche – è andare avanti con i progetti-pilota diretti a ridurre l’impatto ambientale, vincendo le resistenze che ci sono’…

In questo modo la geotermia si candida a dare un contributo alla strategia energetica nazionale, che al 2030 prevede il 27% da fonti rinnovabili (oggi è il 17%)…”.

Una domanda sorge però spontanea: riuscirà l’Italia, tenendo conto delle considerazioni svolte nella parte iniziale di questo post, a raggiungere effettivamente, nel 2030, l’obiettivo del 27% dell’energia ottenuta da fonti rinnovabili?




permalink | inviato da paoloborrello il 17/9/2017 alle 10:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



13 settembre 2017

Meglio Gentiloni di Renzi come leader del Pd

Meglio Gentiloni di Renzi  come leader, o meglio come candidato a premier in occasione delle prossime elezioni politiche. Per la verità, poiché il sistema elettorale con il quale si andrà a votare avrà, molto probabilmente, un carattere proporzionale, non ci dovrebbero essere candidati a premier, presentati dai diversi partiti, perché il governo, se sarà possibile formarlo, sarà il frutto di un’alleanza fra diverse forze politiche. Comunque tutti i partiti si presenteranno con dei propri candidati a premier.

Quindi anche il Pd dovrà scegliere un candidato.

Per la verità è stato da tempo individuato Renzi, anche perché lo statuto del Pd prevederebbe la coincidenza tra la figura del segretario  e quella del candidato a premier. In realtà, in seguito alle elezioni del 2013, il candidato a premier non fu Bersani e, successivamente, fu scelto Letta, anche quando segretario era diventato Renzi.

Ma, al di là delle questioni statutarie, politicamente sarebbe opportuno, per il Pd e per il Paese, che il candidato a premier non fosse Renzi.

Infatti Renzi è del tutto inadeguato a svolgere quel ruolo perché ha compiuto molti errori, negli ultimi anni, tra i quali quello di non aver effettuato alcuna analisi della sconfitta subìta in occasione del referendum costituzionale.

Renzi, poi, è un leader “divisivo” e del tutto contrario anche solo a concepire un’alleanza con le altre liste, a sinistra del Pd, che si presenteranno.

Una parte considerevole dell’elettorato potenzialmente a favore del Pd  non lo “sopporta” più, principalmente per le sue numerose promesse mancate.

Quindi, se si vuole davvero che il Pd ottenga un buon successo elettorale, presupposto essenziale affinchè ci possa essere un governo di centro sinistra alla guida dell’Italia, Renzi non deve essere il candidato a premier di quel partito.

E chi al posto di Renzi?

Chi meglio di Gentiloni?

Il comportamento di Gentiloni è quasi l’opposto di quello di Renzi, e già questo rappresenta un elemento importante e positivo.

Gentiloni sta, inoltre, dimostrando di essere un buon presidente del Consiglio, piuttosto apprezzato come si può rilevare da diversi sondaggi recentemente effettuati.

Le sue relazioni con movimenti e partiti a sinistra del Pd sono piuttosto buoni, comunque migliori di quelle di Renzi.

Tali considerazioni mi sembrano più che sufficienti per sostenere l’opportunità che sia Paolo Gentiloni il candidato a premier del Pd e che guidi questo partito nel corso della campagna elettorale, indipendentemente dai risultati che si verificheranno nelle prossime elezioni regionali in Sicilia.




permalink | inviato da paoloborrello il 13/9/2017 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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