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21 giugno 2021

Necessario l'obbligo della vaccinazione

E’ probabile che circa il 20% degli adulti rifiutino di vaccinarsi, secondo alcuni sondaggi effettuati. E’ del tutto evidente che la certezza di una tale percentuale si avrà quando nei mesi di settembre e di ottobre terminerà la prima fase della vaccinazione in Italia.

Se si verificherà davvero quella percentuale, se davvero circa 10 milioni di italiani rifiuteranno di vaccinarsi contro il Covid-19, già alcuni medici sostengono la necessità di prevedere l’obbligatorietà della vaccinazione almeno per gli adulti.

E a me tale posizione sembra più che giusta.

I medici Sergio Abrignani e Sergio Harari, in un articolo pubblicato da “Il Corriere della Sera” sono stati espliciti circa la necessità di imporre l’obbligo della vaccinazione.

Infatti se saranno 10 milioni gli italiani che rifiuteranno di vaccinarsi per mancanza di fiducia e che rischiano così di rendere inefficace la copertura della campagna vaccinale, per evitare che il virus possa continuare a replicarsi e a uccidere, sarebbe utile renderlo il farmaco obbligatorio per gli adulti.

Più nel dettaglio cosa sostengono i due medici citati?

“…Accettare di avere una fetta significativa della popolazione adulta non vaccinata per rifiuto all’immunizzazione, che le stime valutano attorno al 17% degli italiani ovvero circa 10 milioni, significa spalancare una porta al virus e offrirgli una nuova possibilità di continuare a replicarsi, infettare, uccidere, consentendo il mantenimento della circolazione virale…

Più saremo in grado di ridurre le sue possibilità di attecchire tra di noi, maggiori saranno le probabilità di circoscrivere i focolai epidemici…

Tra i vaccinati sono presenti anche soggetti fragili nei quali le vaccinazioni sono meno efficaci (trapiantati d’organo, immunodepressi, malati di tumore) e questi, se contagiati, possono sviluppare forme pericolose di Covid-19…

E’  bene cominciare a discutere della necessità di un obbligo vaccinale per tutta la popolazione adulta, almeno fino a quando non avremo vaccini disponibili anche per la fascia pediatrica.

Nessun atto medico è scevro da possibili effetti collaterali e non lo erano neanche le vaccinazioni contro la poliomielite e il vaiolo la cui obbligatorietà e estensiva diffusione ha permesso di liberare il mondo da queste gravissime malattie che appestavano da secoli le vite degli uomini.

E’probabile che necessiteremo di ulteriori richiami, o per garantire la durata nel tempo dell’immunità, o per proteggerci da nuove varianti virali: dobbiamo prepararci per tempo..

La macchina organizzativa sviluppata dal generale Figliuolo ha permesso di mettere in sicurezza gran parte del Paese, ma finita l’emergenza vaccinale non sarà finito tutto e gli attuali hub vaccinali dovranno essere riallocati alle loro normali destinazioni d’uso…

Per cui è bene pianificare da subito la logistica e la strutturazione di una organizzazione che possa nel prossimo futuro gestire i richiami di 50 milioni di italiani in pochi mesi o nuove necessità vaccinali, con flessibilità, tempestività e efficacia.

Né si può immaginare che questi compiti continuino a ricadere, come oggi, in gran parte sugli ospedali che devono invece riprendere le loro normali attività assistenziali a pieno regime…

Inoltre, è bene che il Paese si renda il più possibile svincolato da fattori non direttamente controllabili e per questo il governo sta cercando di implementare un piano nazionale di produzione dei vaccini sotto licenza…”.

E così concludono Abrignani e Harari: “Obbligatorietà vaccinale, pianificazione flessibile e tempestiva di una struttura in grado di garantire, al di fuori dell’emergenza, immunizzazioni rapide a tutta la popolazione, produzione indipendente sotto licenza dei vaccini, sono i cardini per una vera e duratura liberazione del Paese dalla pandemia”.

Sono completamente d’accordo e, limitandomi all’obbligatorietà vaccinale, mi sembra che essa debba essere assolutamente prevista, sempre che il 20% della popolazione italiana rifiuti di vaccinarsi, per vari motivi.




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17 giugno 2021

L'inflazione non deve fare paura

In vari Paesi, negli ultimi periodi, si è registrato un certo aumento dell’inflazione. I prezzi sono cresciuti non molto ma, in alcuni casi, in misura maggiore rispetto alle aspettative. E’ un fenomeno preoccupante? Per ora non sembrerebbe.

Innanzitutto, perché l’aumento del tasso di inflazione dovrebbe essere causa di preoccupazione?

Soprattutto perché potrebbe determinare un cambiamento nelle politiche monetarie adottate dalla banche centrali, che diventerebbero meno espansive, determinando anche un aumento dei tassi di interesse. Infatti quelle politiche, generalmente, sono legate all’andamento dell’inflazione.

Se ciò avvenisse la ripresa economica mondiale si attenuerebbe e il ritorno ai livelli del Pil ante pandemia potrebbe protrarsi nel tempo.

In realtà le banche centrali, a partire dalla Bce e dalla Fed americana, non sembrano preoccuparsi più di tanto.

Per la verità proprio ieri la Fed ha deciso che entro il 2023 potrebbe aumentare i tassi di interesse. Comunque entro il 2023.

Infatti le banche centrali considerano l’aumento, peraltro lieve, dell’inflazione del tutto temporaneo e quindi non tale da rendere necessaria una modifica sostanziale delle loro politiche monetarie.

E, a mio avviso, le banche centrali hanno pienamente ragione.

Per vari motivi.

Negli Stati Uniti non ci attendono aumenti salariali consistenti, poiché il potere contrattuale dei lavoratori dipendenti rimane debole, nonostante la riduzione del tasso di disoccupazione.

Poi, l’Europa è solo all’inizio della ripresa economica, il Giappone sta combattendo con un ristagno atavico e anche la Cina, che è uscita per prima dalla tragedia del Covid, quanto meno sul piano economico, sta facendo di tutto per non far “surriscaldare” l’economia.

Inoltre i consumatori americani non sono ancora intenzionati ad aumentare considerevolmente i consumi e la stessa situazione si sta verificando in Europa.

Peraltro anche gli stessi mercati finanziari sono convinti che non ci siano al momento rischi di un aumento considerevole e costante dell’inflazione.




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14 giugno 2021

In sei comuni del Viterbese ancora arsenico nell'acqua

Bruxelles si è rivolta alla Corte di giustizia Ue per deferire l’Italia a causa dell’eccessiva presenza di arsenico negli acquedotti pubblici. Tecnicamente, l’accusa è quella di non aver rispettato la direttiva sull’acqua potabile, e il caso da cui parte tutto, come riporta www.euractiv.it, è quello di sei comuni della provincia di Viterbo, in cui i livelli di arsenico nell’acqua potabile superano i valori stabiliti dalla direttiva stessa. Il superamento della soglia riguarda Bagnoregio, Civitella d’Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania. Nelle zone di Bagnoregio e Fabrica di Roma, inoltre, sono state superate anche le soglie di sicurezza per il fluoruro.

Tali informazioni sono contenute in un articolo di Lorenzo Misuraca pubblicato su www.ilsalvagente.it.

Nel maggio 2014, ricorda Euractiv, la Commissione eueropea aveva inviato all’Italia una lettera di messa in mora, seguita da un parere motivato nel gennaio 2019 riguardante 16 zone di approvvigionamento idrico della provincia di Viterbo.

Ma da allora la situazione è stata regolarizzata solo in 10 di queste zone.

Bruxelles spiega ora: “Sebbene la Commissione accolga con favore sia l’adozione da parte dell’Italia di misure che vietano o limitano l’approvvigionamento idrico nelle zone interessate, sia l’invio ai consumatori di informazioni sulla situazione, ad oggi sei zone di approvvigionamento non sono ancora pienamente conformi alla direttiva specifica della Commissione. La Commissione deferisce quindi l’Italia alla Corte di giustizia”

Secondo la direttiva 98/83/CE sull’acqua potabile, gli Stati membri devono garantire che le acque destinate al consumo umano siano salubri e pulite.

Sull’arsenico, in particolare, il limite massimo stabilito è di 10 microgrammi per litro, mentre in alcune zone del viterbese i valori sono anche 5 volte più alte. 

Il contenuto di arsenico c’è da molti anni ma il problema si è fatto urgente dalla fine del 2003 quando è entrato in vigore il decreto legislativo n. 31 del 2001, che ha recepito una direttiva della Commissione europea e ha ridotto i parametri da 50 microgrammi per litro a 10.

Da quel momento le Regioni hanno dovuto fare ricorso a una serie di deroghe, che il ministero della Salute, di concerto con quello dell’Ambiente, solitamente ha concesso.

Solo nel Lazio, nel 2009, erano 92 i comuni “non a norma”, distribuiti tra Viterbo (62, una provincia infestata), Roma e Latina.

E nonostante ciò nel marzo 2010, un decreto del ministero della Salute concedeva deroghe sulla tolleranza per vanadio, clorito e trialometani, altre sostanze nocive, compreso ovviamente l’arsenico.

E mentre si attendevano gli interventi del “piano di rientro”, i Comuni dell’hinterland e la Asl inviavano messaggi chiari alla cittadinanza: niente dentifrici al fluoro per bambini, niente integratori e alimenti con elevato contenuto di fluoro e, soprattutto, niente acqua del rubinetto fino ai 14 anni.

Addirittura, sempre nel 2010,  “In base alle prescrizioni di Regione e ministero”, spiegava Fernando Maurizi, l’allora segretario dell’Ordine nazionale dei chimici e a capo di una società di consulenza nel settore ambientale e alimentare, “queste aziende non possono commercializzare fuori dal territorio alimenti prodotti con l’acqua ‘potabile’ della zona”.

Le imprese avevano dovuto di corsa dotarsi di un impianto proprio di potabilizzazione, ma questo, certo, non tranquillizza chi quell’acqua la beve tutti i giorni.

L’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro lo classifica come cancerogeno di classe 1, ossia certo per l’uomo.

Quindi è auspicabile non venirci mai in contatto, tanto che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la quantità di arsenico nelle acque dovrebbe essere pari a zero.

Del resto le problematiche sanitarie determinate da questo metallo sono ben note e costante oggetto di studi e ricerche.

Ci sono evidenze scientifiche che pongono in correlazione diretta l’arsenico con il tumore al polmone, alla vescica, ai reni e alla cute.

Inoltre l’esposizione attraverso l’acqua è stata associata al cancro del fegato e del colon.

Ma non è tutto. Secondo alcuni studi questo metallo sarebbe un interferente endocrino, ossia mimerebbe gli ormoni con conseguenze sul sistema cardiovascolare, neurologico ed endocrinologico.

E’ inconcepibile ed inaccettabile che ancora oggi i sei comuni del Viterbese presentino valori dell’arsenico nell’acqua del tutto fuori norma.

Le Amministrazioni comunali, la Regione del Lazio, il Governo nazionale, non hanno fatto nulla per ridurre, o ancora meglio, eliminare l’arsenico nell’acqua in quei sei comuni?




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9 giugno 2021

Umbria, una sanità per il Covid da sei meno meno

Non tutto ha funzionato bene in Umbria nella gestione dell’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid. Secondo uno studio di Luca Ferrucci e Cecilia Chirieleison, docenti del dipartimento di Economia e di Scienze politiche dell’Università di Perugia. l’Umbria ha appena raggiunto la sufficienza.

Le variabili prese in considerazione sono state: la capacità di fare tamponi, il numero delle rianimazioni per 100 abitanti, la percentuale di vaccini inoculati rispetto a quelli ricevuti e gli ultrasessantenni vaccinati.

Lo studio ha preso in esame tutte le regioni italiane.

La sanità umbra. che un tempo era un fiore all’occhiello, oggi è all’ottavo posto nella classifica, ma con una vistosa e importantissima caduta nelle vaccinazioni degli ultrasessantenni dove risulta al quattordicesimo posto.

Negativo il piazzamento per quanto riguarda il numero delle rianimazioni.

Buona invece la percentuale di vaccini fatti rispetto a quelli consegnati e la capacità di fare tamponi.

Per quanto riguarda l’intensità dei tamponi, di particolare rilievo appare il posizionamento dell’Umbria, prima regione che precede non solo il nord-ovest ma anche tutte le altre regioni del centro e del sud.

 Al contrario, regioni come la Calabria, Puglia e Basilicata sono apparse molto “distanti” dai valori conseguiti dalle regioni “migliori” sopra indicate. Sicuramente, la minore intensità di contagio che alcune regioni del Mezzogiorno hanno “registrato” appare più una conseguenza di fattori extra- sanitari che non per l’utilizzo intenso delle politiche di prevenzione tramite tamponi.

Per quanto concerne l’intensità dei posti in terapia intensiva nelle diverse regioni italiane ad inizio pandemia e al 3 giugno 2021, in circa 15 mesi, l’incremento è particolarmente visibile in tutte le regioni, addirittura a livello nazionale si passa da 8,5 (ogni 100.000 abitanti) a 15. 

Si tratta cioè di quasi un raddoppio della presenza regionale di questi posti in terapia intensiva.

Ma come si sono comportate le singole regioni?

E anche con questo indicatore si possono evidenziare numerose differenziazioni.

Vi sono regioni come la Valle d’Aosta che, partendo da sotto la media nazionale, hanno conseguito il primo posto nel ranking, posizionandosi addirittura con 24 posti ogni 100.000 abitanti. Molto buono appare anche il posizionamento del Veneto, seguito da Bolzano, e da una prima regione del Sud, ovvero la Sicilia.

Invece, questa dotazione resta relativamente “marginale” – anche rispetto alla media nazionale – in talune regioni del Mezzogiorno, come la Calabria, la Campania e il Molise, nonché una prima regione del Centro, ovvero l’Umbria.

Relativamente all’efficacia dei piani di vaccinazione, è indubbio che problemi organizzativi e logistici di carattere europeo e nazionale hanno impattato sulla possibilità concreta di gestire, con efficienza ed efficacia, da parte dei singoli Governi regionali, questi piani di vaccinazione.

Ma è altresì evidente che non tutti i Governi regionali hanno mostrato una capacità organizzativa di gestire la somministrazione, con rapidità, a favore delle persone aventi condizioni di salute particolarmente critiche.

E’ stato, ad esempio, dimostrato ampiamente il rischio esistenziale di persone aventi particolari patologie oppure aventi età anagrafiche particolarmente rilevanti.

Per questa ragione, in questo lavoro si è deciso di selezionare due soli indicatori per un confronto inter-regionale, ossia l’entità (in percentuale) dei vaccini somministrati rispetto a quelli ricevuti e la copertura vaccinale completa delle persone ultra-sessantenni.

L’analisi dei valori del primo indicatore mostra il posizionamento di leader nazionale da parte della Lombardia, seguita però da due regioni del centro (Umbria e Marche) e da una del Sud (Abruzzo).

Al contrario, territori come la Sardegna, la Valle d’Aosta e Trento sono nella parte conclusiva del ranking nazionale.

In altri termini, “tradizionali” schemi possibili di interpretazione e valutazione delle realtà regionali – ad esempio, fondate sulla tripartizione Nord-Centro- Sud, oppure sulla dicotomia Regioni speciali versus quelle ordinarie o, infine, regioni grandi versus quelle piccole – appaiono non particolarmente utili.

La capacità di somministrare alte percentuali di vaccini consegnati mostra una differenziazione molto forte, andando dal 93.3% della Lombardia sino all’84.8% della Sardegna.

L’analisi dei valori del secondo indicatore relativo alla “copertura” vaccinale completa per gli ultra-sessantenni dimostra che le regioni migliori sono tutte del nord, a partire dalla Lombardia, Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Veneto e Liguria.

Questo ranking nazionale termina con il posizionamento di regioni come la Sardegna, Trento, il Friuli Venezia Giulia e la Campania. Sempre nelle retrovie troviamo anche Bolzano, l’Umbria e la Sicilia.

Occorre rilevare che nello studio  gli autori si sono limitati a considerare unicamente gli ultra-sessantenni, quale target anagraficamente molto rilevante ai fini del contenimento, grazie alla vaccinazione completa (e non alla somministrazione unicamente della prima dose per taluni vaccini), del rischio di contagio e conseguente possibile decesso.

E’ stata infine compilata una classifica finale, utilizzando i quattro indicatori sintetici già citati.

Considerando il punteggio massimo teorico pari a 100, le migliori Regioni sono risultate l’Emilia Romagna e il Veneto, seguite dalla Lombardia.

Buono appare il posizionamento dell’Abruzzo, prima regione del Sud, mentre il ranking nazionale viene “chiuso” da quattro regioni del Sud, rispettivamente il Molise, la Campania, la Calabria e la Sardegna.

L’Umbria è all’ottavo posto, lievemente superiore alle Marche e meglio della Toscana e del Lazio, regioni con le quali sovente avviene un confronto in termini di indicatori socio-economici.

In linea di massima, l’Umbria appare “virtuosa” per la capacità dimostrata di perseguire una politica dei tamponi e sui vaccini somministrati rispetto a quelli consegnati.

Invece, sul piano dei posti in terapia intensiva e della vaccinazione agli ultra-sessantenni, il suo posizionamento è insoddisfacente.

Come dire, una regione con chiaro- scuri molto accentuati, mentre altre regioni hanno saputo fare meglio (anche se non eccezionali) su tutti e quattro gli indicatori.




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3 giugno 2021

Banca d'Italia, poca attenzione alle considerazioni del Governatore

Il 31 maggio scorso, come ogni anno, il Governatore della Banca d’Italia, attualmente Ignazio Visco, ha pronunciato le sue “Considerazioni”, che rappresentano un’importante occasione per fare il punto sulla situazione economica del nostro Paese e sulle sue prospettive.

Da alcuni anni, però, le considerazioni del Governatore della Banca d’Italia suscitano, nei media, un’attenzione notevolmente inferiore a quella che si verificava in passato.

Il motivo principale, a mio avviso, risiede nel fatto che, anno dopo anno, è aumentata l’importanza della Banca centrale europea e il peso dei suoi presidenti, soprattutto da quando lo diventò Mario Draghi.

E, oggettivamente, le competenze di tutte le banche centrali dell’Unione europea si sono ridotte considerevolmente e i loro presidenti hanno destato interesse soprattutto per le loro posizioni manifestate in seno agli organismi della Bce.

Aggiungo che Ignazio Visco non ha le capacità di leadership che alcuni suoi predecessori hanno avuto, da Ciampi allo stesso Draghi, i quali non a caso hanno svolto o svolgono ruoli di notevole rilievo negli organismi di governo, nella presidenza del Consiglio e nella presidenza della Repubblica.

Comunque le considerazioni di Visco pronunciate il 31 maggio sono state interessanti, sebbene non fortemente innovative.

Visco è sembrato, soprattutto, svolgere un’azione di supporto a quella che sta portando avanti Draghi come presidente del Consiglio.

Le valutazioni di maggiore rilievo esposte da Visco hanno riguardato la previsione di un’accelerazione dell’attività economica, nella seconda metà dell’anno corrente, e la consapevolezza che il Recovery Plan rappresenterà una “formidabile” sfida per il rilancio dell’Italia, naturalmente se ben attuato e calibrato con una attenta “complementarietà” tra intervento statale e mercato.

Il Recovery Plan, secondo Visco, se efficacemente eseguito, nella realizzazione degli investimenti come nell’attuazione delle riforme, potrebbe elevare la crescita potenziale annua dell’economia italiana di poco meno di un punto percentuale nella media del prossimo decennio, consentendo di tornare a tassi di incremento del prodotto che la nostra economia non consegue da anni.




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31 maggio 2021

Contano solo i soldi

Vicende più o meno recenti, il notevole numero dei morti sul lavoro, il crollo del ponte Morandi, dimostrano che in Italia contano sempre di più i soldi. Contano sempre di più gli interessi economici.

Lo dimostra anche la tendenza molto diffusa, nei mesi passati, nella gestione dell’emergenza sanitaria, a richiedere un forte allentamento delle misure restrittive, anche quando ciò sarebbe stato molto rischioso, senza tenere nella giusta considerazione le esigenze della sicurezza.

Certamente, anche alcuni anni, o decenni, fa, gli interessi economici erano fortemente presenti nella società italiana.

Ma, mi sembra, negli ultimi anni, la tutela esclusiva degli interessi economici, personali e di gruppi sociali, è considerevolmente aumentata.

I motivi? Difficile individuarli con precisione.

Ma è già importante riconoscere la gravità della situazione.

E’ auspicabile un cambiamento negli atteggiamenti culturali, nella mentalità degli italiani, per contrastare quella tendenza.

Io, però, sono scettico sul fatto che questo cambiamento possa verificarsi in tempi brevi.

E allora?

Limitandomi ad affrontare solo la questione degli incidenti mortali sul lavoro (considerazioni simili però possono risultare valide anche in altri casi), la via maestra è rappresentata da una forte crescita dei controlli.

Il che significa soprattutto accrescere considerevolmente il numero di coloro che si devono occupare dei controlli ed inoltre non avere remore di alcun tipo nell’intensificare i controlli stessi.

Io, nel breve periodo, non individuo nessuna altra alternativa valida, purtroppo.




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27 maggio 2021

In forte crescita i cervelli in fuga

Non si ferma l’emorragia di studiosi, scienziati, ricercatori dalle università italiane tanto che la Corte dei Conti ha valutato in 8 anni un incremento del 41,8% della cosiddetta “fuga dei cervelli” dall’Italia. Inoltre, secondo il referto sul sistema universitario 2021 in Italia, redatto appunto dalla Corte, la quota dei giovani adulti con una laurea è aumentata costantemente durante l’ultimo decennio, ma è rimasta comunque inferiore rispetto agli altri Paesi dell’Ocse.

Quest’ultimo fenomeno è riconducibile sia alle persistenti difficoltà di entrata nel mercato del lavoro sia al fatto che il possesso della laurea non offre, come invece avviene in area Ocse, possibilità d’impiego maggiori rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore.

Per quanto riguarda la scelta di molti laureati di lasciare l’Italia è dovuta, secondo la Corte, alle loro limitate prospettive occupazionali, con un’adeguata remunerazione.

Nell’osservare il mancato accesso o l’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi, la Corte dei conti attribuisce la circostanza, oltre che a fattori culturali e sociali, al fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti.

Il referto evidenzia, inoltre, profili di criticità nell’ambito della ricerca scientifica in Italia con particolare attenzione a quella del settore università: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano per la complessità delle procedure seguite e la duplicazione di organismi di supporto…”

Poi, la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore.

Risultano, poi, ancora poco sviluppati i programmi di istruzione e formazione professionale, le lauree professionalizzanti in edilizia e ambiente, energia e trasporti, ingegneria, e mancano i laureati in discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione.

Le informazioni contenute nel referto della Corte dei conti non rappresentano, purtroppo, una novità.

I problemi evidenziati, relativi al sistema universitario italiano, sono noti, infatti, ma non si riesce ad affrontarli adeguatamente.

Da tempo si sostiene la necessità di promuovere gli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo, in primo luogo in quello universitario.

Ma i risultati ottenuti sono del tutto insufficienti.

Il Recovery Plan potrà contribuire a modificare la situazione esistente?

E’ auspicabile. Sembra che consistenti risorse finanziarie siano destinate ad affrontare i problemi prima citati.

Si tratta di verificare se siano sufficienti e se saranno spese bene.




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24 maggio 2021

Bene Letta sulla tassa di successione ai giovani ma non basta

Il segretario del Pd Enrico Letta ha recentemente avanzato una proposta per dotare di una somma di circa 10.000 euro ogni diciottenne, finanziata incrementando la tassa di successione sui grandi patrimoni.

Vi sono alcuni aspetti positivi della proposta di Letta.

Innanzitutto, la tassa di successione sui grandi patrimoni è in Italia, rispetto ad altri Paesi, particolarmente bassa e innalzarla non è affatto un’eresia, considerando fra l’altro che negli ultimi anni anche in Italia le diseguaglianze economiche sono fortemente aumentate.

Utilizzare per i giovani l’aumento della tassa di successione, poi, è un fatto positivo.

Quindi le critiche, le definirei di natura ideologica, avanzate dalla destra alla proposta di Letta sono infondate, proposta che però rappresenta un timido segnale della volontà del segretario del Pd di attuare una politica a favore dei giovani, normalmente trascurati come molte iniziative governative del recente passato dimostrano, in primo luogo la cosiddetta quota 100 per i pensionamenti anticipati.

Il limite della proposta di Letta è rappresentato dal fatto che dotare di 10.000 euro i diciottenni è del tutto insufficiente.

Per attuare una politica davvero a favore dei giovani serve ben altro.

Si sostiene che nel Recovery Plan già sono previsti interventi rivolti alle giovani generazioni.

Si tratta di verificare con esattezza la loro entità e la loro potenziale efficacia.

Perché ciò che serve soprattutto ai giovani sono interventi finalizzati ad accrescere considerevolmente la loro occupazione, prevalentemente a tempo indeterminato, riducendo in misura notevole la precarietà che caratterizza da tempo il lavoro giovanile ed interventi  che favoriscano la crescita del tasso di natalità, tramite anche l’ampliamento degli assegni e dei servizi sociali riguardanti i figli delle giovani coppie.

Quindi la proposta di Letta assume, in parte, un carattere populista, con pochi effetti pratici.

Peraltro, il giusto aumento della tassa di successione dovrebbe essere inserito in un progetto di riforma fiscale più generale, peraltro richiesto per l’attuazione del Recovery Plan.




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20 maggio 2021

Ai Paesi occidentali interessa poco degli uiguri

E’ noto che il governo cinese spesso vengono violati diritti umani fondamentali. Si pensi a quanto avviene in Tibet e a Hong Gong. Pochi sanno che un’inaccettabile repressione viene esercitata nei confronti di una minoranza, musulmana, gli uiguri, nella provincia dello Xinjiang.

Qual è la situazione degli uiguri? E soprattutto come si comportano i Paesi occidentali nei confronti del governo cinese?

Informazioni molto interessanti ed utili sono contenute in un articolo di Alessia Amighini, pubblicato su www.lavoce.info.

Tra l’altro, sono stati istituiti dei veri campi di rieducazione in cui molti uiguri lavorano, in condizioni inaccettabili.

Molti Paesi, in primo luogo la Germania, hanno fornitori localizzati nella provincia dello Xinjiang, che utilizzano proprio il lavoro degli uiguri che svolgono le loro attività in quei campi.

In passato le aziende tedesche hanno fatto finta di niente.

Ora c’è una maggiore consapevolezza di quanto avviene agli uiguri, ma non quanto sarebbe necessario.

Così scrive Alessia Amighini: “Ma oggi che la Germania si è accorta del pragmatismo ancor più spietato del capitalismo di stato cinese negli affari, e la questione è stata formalmente aperta a livello politico, si ritrovano dilaniate da un dilemma atroce: continuare a rifornirsi anche nello Xinjiang, e quindi perdere sui mercati occidentali, oppure mostrarsi apertamente a favore dei diritti umani dei lavoratori uiguri, e quindi perdere sul mercato cinese (che boicotta immediatamente chiunque si schieri contro le posizioni di Pechino).

La Cina ha reagito alla decisione europea di applicare delle sanzioni imponendo a sua volta sanzioni a scienziati, studiosi e membri del Parlamento europeo.

Da quel momento, la situazione si è fatta ancora più tesa: il 5 maggio, Bruxelles ha deciso di sospendere la ratifica dell’accordo di protezione degli investimenti (Cai) tra Ue e Cina. L’intesa è stata firmata alla fine dello 2020, dopo sette anni di negoziati ed è ritenuta uno dei maggiori successi della presidenza tedesca del Consiglio europeo.

Già dopo l’introduzione delle sanzioni cinesi contro i parlamentari europei si poteva dubitare che Parlamento e Consiglio avrebbero ratificato l’accordo, ora la sospensione rende ancor più complicata la situazione.

Come se non bastasse, i motivi di conflitto con la Cina crescono.

Il 23 aprile, il governo tedesco ha approvato la ‘seconda legge per aumentare la sicurezza dei sistemi informatici’.

Il vero obiettivo è regolamentare il fornitore cinese di comunicazioni mobili Huawei: non gli sarà impedito di partecipare all’espansione della rete 5G in Germania, ma saranno poste alte barriere.

In precedenza, l’ambasciatore di Pechino a Berlino, Wu Ken, aveva apertamente minacciato che il suo Paese non sarebbe “rimasto a guardare” se Huawei fosse stata esclusa dalla rete 5G.

Eppure, nonostante tutto, le relazioni economiche continuano a fiorire e a intensificarsi.

Nel 2019 (l’ultimo anno con statistiche complete), Pechino è stata il più grande partner commerciale della Germania per il quarto anno di fila: le case automobilistiche tedesche vendono più veicoli in Cina che sul territorio nazionale.

Non stupisce allora che il ministro degli Esteri Heiko Maas si sia sentito in dovere di dichiarare, dopo i colloqui con il suo omologo cinese Wang Yi della scorsa settimana, che, nonostante tutte le sfide, un ‘disaccoppiamento’ di Cina e Germania sarebbe la strada sbagliata da seguire.

Per lo stesso motivo, l’Europa tutta non può aderire alla narrativa del ‘disaccoppiamento’ che Donald Trump ha inaugurato e che Joe Biden non ha ancora concretamente smentito, sebbene siano in schiacciante minoranza le imprese statunitensi che hanno dichiarato di prendere in considerazione variazioni significative della loro esposizione verso la Cina.

Al contempo, però, non è neppure accettabile continuare ad aderire alla narrativa cinese, quella che Xi avrebbe nuovamente ricordato alla cancelliera Merkel al telefono prima delle consultazioni intergovernative di inizio aprile.

Secondo l’agenzia di stampa statale cinese Xinhua, Xi ha chiesto all’Ue di ‘eliminare i disturbi’ e di ‘raggiungere la sua autonomia strategica’.

Oggi il trattamento degli uiguri da parte di Pechino è usato dagli Stati Uniti e dall’Europa in modo totalmente strumentale.

Washington ha minacciato la possibilità di un boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022 a Pechino, mentre il Bundestag discuterà a metà maggio se il trattamento degli uiguri debba essere etichettato come ‘genocidio’ (fattispecie ampiamente discutibile).

Entrambi usano la questione uigura per mostrare a Pechino che hanno qualche punto di forza e non sono totalmente succubi del mercato cinese. Ma Pechino sa bene che non si tratta di una minaccia credibile.

Intanto, alcune imprese tedesche hanno chiuso anche l’altro occhio e tolto dai loro siti le dichiarazioni contrarie all’utilizzo di fornitori dello Xinjiang, per non subire il boicottaggio dei consumatori cinesi.

Con buona ‘pace’ delle comunità uigure”.

Quindi ancora una volta si dimostra che, purtroppo, prima della tutela dei diritti umani vengono gli interessi economici.




permalink | inviato da paoloborrello il 20/5/2021 alle 10:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



17 maggio 2021

Il principale risultato di Draghi, la credibilità internazionale

Sono passati da poco tre mesi dall’insediamento del governo presieduto da Mario Draghi. Quale il bilancio dei suoi primi 100 giorni? A mio avviso il bilancio è sostanzialmente positivo, per un motivo principale: il notevole aumento della credibilità internazionale dell’Italia.

In realtà è stata la credibilità internazionale di Mario Draghi ad accrescere la credibilità internazionale del nostro Paese.

La manifestazione più evidente della notevole credibilità internazionale di Draghi si è verificata quando, alcuni giorni prima del termine per la presentazione del Recovery Plan italiano all’Unione europea, soprattutto alcuni funzionari dell’Unione avevano avanzato critiche prevalentemente sulle possibilità di attuazione del nostro Piano.

Draghi è intervenuto nei confronti della presidente dalla commissione dell’Unione europea, rilevando che lui stesso si faceva garante dell’attuazione del Piano, soprattutto in relazione all’effettiva realizzazione delle riforme previste, da quella della giustizia a quella della pubblica amministrazione.

E di conseguenza le critiche provenienti dall’Unione europea si sono dissolte.

Ma, in altre occasioni, Draghi ha dimostrato di essere diventato uno dei leader più influenti a livello europeo, ad esempio quanto si è trattato di sollecitare con forza le case farmaceutiche per l’invio in Europa di maggiori dosi dei diversi vaccini.

E, più in generale, Draghi sta dimostrando di essere un leader che punta al rafforzamento delle istituzioni dell’Unione europea, ascoltato anche al di fuori dell’Unione, in primo luogo da parte dell’amministrazione Biden.

Tale notevole credibilità, quanto meno a livello europeo, di Draghi viene, per la verità, agevolata dall’indebolimento di altri leader, la Merkel innazitutto, che non si candiderà più in occasione delle prossime elezioni tedesche, ma anche lo stesso Macron la cui capacità di leadership, all’interno e all’esterno della Francia, è andata diminuendo nel corso degli anni (peraltro tra non molto anche in Francia si svolgeranno nuove elezioni e non è detto che Macron ottenga lo stesso successo ottenuto nelle precedenti consultazioni).

Comunque il bilancio del governo Draghi è positivo anche relativamente ai due principali obiettivi che si proponeva e che si propone: la definizione del Recovery Plan, l’attuazione della campagna vaccinazioni e la gestione dell’emergenza sanitaria, anche perché, come in altri ambiti, Draghi ha cambiato rapidamente la “governance”, cioè i responsabili di settori cruciali per il perseguimento degli obiettivi citati.

Alcuni partiti, in primo luogo la Lega, hanno cercato di frapporre degli ostacoli alle attività del governo, ma fino ad ora con scarsi risultati.

Quindi, a mio avviso, sarebbe auspicabile che il governo Draghi continui fino alla scadenza naturale del Parlamento, fino al 2023 cioè. E affinchè ciò avvenga sarebbe opportuno che Mattarella, se gli verrà proposto davvero, venga rieletto presidente della Repubblica, anche solo per alcuni anni.

E questo non solamente perché Mattarella potrebbe essere sostituito da Draghi, quando eventualmente si dimetterà, ma anche perché l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, nel caso in cui non fosse Mattarella, oltre a far nascere ulteriori ostacoli all’azione del governo, potrebbe indurre all’effettuazione di elezioni anticipate, mentre il termine del 2023 per la durata dell’attuale Consiglio dei ministri sarebbe più che necessario per garantire che alcune scadenze fondamentali per l’attuazione del Recovery Plan siano effettivamente rispettate.




permalink | inviato da paoloborrello il 17/5/2021 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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