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8 luglio 2019

In 25 anni sciolti per mafia oltre 300 Comuni

E’ stato presentato a Roma, presso la sala del Refettorio di palazzo San Macuto, il rapporto dell’associazione “Avviso Pubblico” “Lo scioglimento dei Comuni per mafia. Analisi e proposte” a cura di Simona Melorio, ricercatrice dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Il volume è edito da Altreconomia. Dal 1991 sono stati emanati 328 decreti di scioglimento delle amministrazioni locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso. 

“La legge sugli scioglimenti per mafia è nata per risanare la frattura tra Amministrazione e cittadini, causata dalle infiltrazioni della criminalità organizzata – ha spiegato Roberto Montà -, presidente di Avviso Pubblico e sindaco di Grugliasco.

L’obiettivo del rapporto è analizzare i cambiamenti che sono avvenuti dal 1991 ad oggi, accendere una discussione pubblica su un adeguamento della normativa che non è più rinviabile, accompagnato dal fornire agli enti locali una serie di strumenti per prevenire e intervenire a monte”.

“Il tema degli scioglimenti reiterati degli stessi Comuni è legato a doppio filo alla fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni: è lo Stato che deve dimostrare di essere più forte dei clan – ha evidenziato Simona Melorio -.

Come dimostra di essere più forte? Offrendo risposte ai cittadini. Laddove gli scioglimenti si ripetono più volte nel corso degli anni, le istituzioni non sono state in grado di far sentire la propria presenza, uno spazio inevitabilmente occupato da altri”.

“La legge del 1991 è stata una legge importante, perché aveva due obiettivi: garantire ai cittadini il diritto di votare liberamente, impedire i condizionamenti dell’attività amministrativa – ha dichiarato Isaia Sales, docente universitario -.

Oggi chi amministra deve sentire più vicine le istituzioni: non abbiamo bisogno che chi scopre di essere infiltrato venga punito, ma abbiamo bisogno che venga aiutato ad espellere questi soggetti e questi interessi dall’Amministrazione. La legge del 1991 è stata una legge necessaria, ma adesso ha bisogno di ‘fare un tagliando’ ”.

“Se sciogliere un ente locale vuol dire prendere atto di un deficit di legalità e intervenire, sospendendo temporaneamente la democrazia, gli scioglimenti ripetuti dimostrano che qualcosa nella normativa va modificato.

Per questo è mia intenzione proporre di creare una commissione su questa tematica – ha sottolineato Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia -.

Non vanno taciuti i meriti della legge naturalmente, che non va cancellata ma solo migliorata in alcuni suoi aspetti. Penso, tra le altre cose al tema, della candidabilità di soggetti che facevano parte di amministrazioni poi sciolte per infiltrazioni mafiose”.

Il numero di scioglimenti delle amministrazioni locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso – fattispecie introdotta nel nostro ordinamento nel 1991-– sono stati 328, a cui vanno aggiunti 187 decreti di proroga di precedenti provvedimenti. Sono stati 278 gli enti locali complessivamente coinvolti in 27 anni.

Sono 62 le amministrazioni locali che sono state colpite da più di un decreto di scioglimento per infiltrazione e condizionamento della criminalità organizzata. Di queste, 45 hanno subìto due scioglimenti, mentre 17 ne hanno subìti ben tre.




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8 luglio 2019

Il Pil per ora non diminuisce, la popolazione sì

Continua a diminuire la popolazione residente in Italia. Nel 2018 infatti la popolazione, rispetto all’anno precedente, si è ridotta di 124.000 unita. Quindi, il Pil per il momento non diminuisce, non c’è ancora di nuovo una recessione, ma una vera e propria stagnazione certamente (peraltro nei prossimi mesi è possibile che il Pil riprenda a ridursi) ma la popolazione diminuisce e ciò è senza dubbio molto preoccupante. 

Del resto il comunicato dell’Istat è esplicito:

“Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico.

Al 31 dicembre 2018 la popolazione ammonta a 60.359.546 residenti, oltre 124.000 in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400.000 in meno rispetto a quattro anni prima.

Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104.000 unità, 235.000 in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%).

Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677.000). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638.000.

Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300.000 unità.

Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241.000 unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111.000 (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

Nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-Ovest (vi risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%) e infine dalle Isole (11,0%).

La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla ‘sostituzione’ di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193.000 unità.

Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano.

A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille”.

La riduzione della popolazione in Italia, nel 2018, è ancor più preoccupante se si considera l’andamento demografico che si è verificato, nello stesso anno, in molti Paesi europei.

Infatti, se si considerano insieme tutti i Paesi dell’Unione europea, la popolazione nel 2018 è aumentata, così come in singoli Paesi, molto importanti, quali la Germania, la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.

Vorrei concludere esprimendo alcune valutazioni su quanto sostenuto dall’Istat.

Risulta evidente il ruolo importante che gli stranieri svolgono nell’andamento demografico del nostro Paese. Senza la loro presenza la popolazione sarebbe diminuita ancora di più. Forse Salvini dovrebbe leggere con attenzione questa parte del comunicato dell’Istat.

La causa principale che l’Istat individua per motivare la riduzione della popolazione è il basso tasso di natalità.

Certamente, il tasso di natalità in Italia è molto basso e occorrerebbe operare per accrescerlo, cosa che non fa l’attuale governo perché, ad esempio, non promuove interventi volti a favorire l’occupazione giovanile, che favorirebbero la formazione di nuove famiglie ed anche l’aumento del tasso di natalità.

Anzi realizza provvedimenti tendenti a peggiorare la situazione, come la cosiddetta quota 100 per il pensionamento anticipato, che toglie risorse finanziarie ad altri utilizzi (potrebbero essere utilizzate per aumentare l’occupazione giovanile).

Ma oltre al tasso di natalità anche altre cause dovrebbero essere citate.

Il forte flusso migratorio, soprattutto di giovani, che si indirizza verso altri Paesi, alla ricerca di un’occupazione e la scarsa attrattività, invece, del nostro sistema produttivo nei confronti di lavoratori stranieri alla ricerca di opportunità occupazionali di elevato livello qualitativo.




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1 luglio 2019

I concorsi truccati nelle università

Ennesimo scandalo nelle università. 60 docenti indagati, di cui 40 di Catania, tra i quali il rettore, per gravi irregolarità nello svolgimento di numerosi concorsi relativi al reclutamento di professori ordinari, associati e ricercatori. In passato altre indagini hanno interessato altri docenti, operanti in diverse università, sempre in seguito al manifestarsi di irregolarità simili. 

E’ opportuno tentare di analizzare le cause alla base del frequente verificarsi di vicende del tutto censurabili, anche dal punto di vista etico, e perché incidenti in modo fortemente negativo sulla qualità del sistema universitario italiano.

Peraltro è bene ricordarsi, sempre, che in Italia vengono truccati molti concorsi anche in altri settori della pubblica amministrazione e che, inoltre, il merito non è il principale criterio che sovraintende il reclutamento e la carriera del personale nemmeno nelle imprese private.

Comunque, limitandomi alle università può essere utile riportare le valutazioni di alcuni attenti osservatori delle vicende relative ad uno dei settori più importanti della società italiana, soprattutto per il futuro di un gran numero di giovani.

In una lettera pubblicata su www.orizzontescuola.it lo scrittore Mario Bocola scrive:

“…La domanda che sorge spontanea è dove sta la meritocrazia in Italia? Altro che meritocrazia: nel nostro Paese parlare di questo tema è tabù, anzi ci si fa un baffo!

In Italia c’è gente che nel corso degli anni ha investito tanto costruendosi un bagaglio di conoscenze e di competenze ragguardevoli: lauree, corsi di perfezionamento, dottorati di ricerca, master, pubblicazioni, che si è poi ritrovata con un pugno di mosche in mano.

Sta di fatto che in Italia la persona preparata, competente, con un background culturale di tutto rispetto resta alla porta nella vana speranza che qualcuno si accorga di lui.

Dall’altra parte c’è gente, invece, che con pochi titoli ricopre prestigiosi incarichi forse non avendo nemmeno le competenze adeguate a ricoprire ruoli importanti.

Negli altri Paesi dell’Europa non è così perché si premia il merito, l’efficacia, la competenza dimostrata sul campo.

Non dobbiamo affatto meravigliarci che cresce sempre di più la fuga dei cervelli, che i giovani vanno a studiare all’estero e affermarsi in quel Paese europeo dove hanno speso forze ed energie vogliono a tutti i costi restare fuori dall’Italia e non farvi ritorno.

La nostra Nazione invita poco a costruirsi un futuro, ad affermarsi nel campo professionale perché quello che offre è veramente poco allettante. I giovani fuggono all’estero e preferiscono proseguire gli studi altrove perché si sentono gratificati. In Italia no. Devono patire anni ed anni di precariato con stipendi da fame!

Che vergogna…

E’ veramente una constatazione amara, che non lascia speranze e sono molti i casi che la cronaca ci propina di scandali nella Pubblica Amministrazione, di concorsi ‘vellutati’, di assunzioni scese col ‘panarello’ dal cielo sulla base di requisiti minimi e non ponderati su curriculum e competenze adeguate e certificate”.

In un’intervista rilasciata a www.tgcom24.mediaset.it Giambattista Scirè, ricercatore e portavoce dell’associazione non profit “Trasparenza e Merito. L’Università che vogliamo”, che ha vissuto sulla propria pelle l’ingiustizia di un sistema che non premia il talento e che ha testimoniato nell’inchiesta aperta dalla Procura catanese, ha formulato alcune considerazioni molto interessanti.

“…Il sistema del reclutamento all’università, come dimostra il caso di Catania, è un sistema clientelare, nepotistico, familistico, in molti casi fondato sulla corruzione e che agisce con metodi mafiosi.

Lo scambio è alla base di ogni concorso, il quale è predeterminato in partenza, ovvero si sa chi deve vincere e la commissione agisce e crea il bando e decide i criteri di valutazioni per far vincere il predestinato.

Questo è il sistema in atto in tutti gli atenei e in tutti i settori scientifici: poi , in alcuni casi, capita che vinca anche il candidato migliore e più titolato, ma questa è l’eccezione e non la regola.

Il sistema ha retto finora perché ognuno, ogni docente ha uno scheletro nell’armadio per essere ricattato dall’altro.

Gli scambi ai concorsi vanno avanti da decenni, è un sistema che si è sedimentato.

Nessuno si è finora ribellato per paura di ritorsioni alla carriera lavorativa.

Adesso però c’è una associazione che ho fondato da quando ho fatto la mia denuncia che si chiama ‘Trasparenza e merito. L’Università che vogliamo’ e che invita tutti a denunciare i soprusi, aiuta psicologicamente e con un supporto di consulenza i candidati che sono vittima di concorsi irregolari, e che aiuta anche a rendere pubblici i casi sulla stampa.

Una vera e propria rivoluzione nella mentalità per il reclutamento universitario…”.




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27 giugno 2019

La capitana Carola, molto meglio del "capitano"...

Carola Rackete, la trentunenne capitana della nave Sea Watch 3, ha “osato” disobbedire al capitano della Lega, Matteo Salvini, è ha condotto la nave da lei guidata nelle acque italiane, in prossimità del porto di Lampedusa.

Senza dubbio Carola si è comportata decisamente meglio di Salvini, il quale pur consentendo lo sbarco a Lampedusa di molti migranti che hanno utilizzato imbarcazioni autonome, non di proprietà di Ong, con intenti chiaramente strumentali si sta opponendo allo sbarco della Sea Watch 3.

Ma chi è Carola Rackete?

31 anni, nata in Germania, laureata in Scienze Nautiche, dal 2011 al 2014 è stata al timone di una nave rompighiaccio nel Polo Nord, per uno dei maggiori istituti di ricerca polare e marina.

All’età di 25 anni è diventata secondo ufficiale dello yacht da spedizione “Ocean Diamond” e poi a 27 della GreenPeace.

Nel 2014 ha preso parte a servizi di volontariato nelle zone vulcaniche della Kamchatka, in Russia, dove si è occupata di educazione ambientale per bambini, ricerca botanica e turismo locale.

Dodici mesi dopo ha conseguito un master presso l’università inglese Edge Hill nel Lancashire.

Volontaria per la Sea Watch dal 2016, un anno dopo ha assunto l’incarico di manager delle comunicazioni con gli aerei di ricognizione della Ong. Nello stesso anno ha ricoperto anche il ruolo di vice capo ufficiale della British Antartic Survey, l’organizzazione che fa ricerca scientifica sull’Antartide.

Attualmente Carola è, inoltre, ricercatrice per uno studio socio-ecologico sul futuro della conservazione naturale nelle regioni cinesi, russe e del Polo Nord.

Tutt’altro che una sbruffoncella, quindi, come l’ha definita invece Salvini.

Sulle recenti vicende relative alla Sea Watch 3 ha emesso un comunicato, che ritengo più che condivisibile, Save the Children:

“Dopo 14 giorni di attesa in mare aperto, nonostante i molteplici appelli arrivati da ogni parte per far sbarcare le 42 persone a bordo della Sea Watch, scelte politiche disumane hanno lasciato la responsabilità di salvare vite interamente al capitano della nave della Ong…

Minori, vittime di tortura e persone che hanno già sofferto violenze e privazioni sono stati costretti a rimanere in mare per la mancanza di volontà di trovare un accordo sul porto di approdo della Sea Watch: la salvaguarda delle vite umane è stata messa in secondo piano, prolungando ingiustamente e in maniera irresponsabile la sofferenza delle persone a bordo.

Nei giorni scorsi, oltre 40 organizzazioni attive per i diritti dei minorenni e di migranti e rifugiati, tra cui Save the Children, hanno chiesto al presidente del Consiglio Conte di intervenire in questa direzione, sottolineando che la Sea Watch non avrebbe potuto ottemperare all’ordine di ricondurre le persone in Libia, porto non sicuro.

Ad oggi, in mancanza di una assunzione di responsabilità dei governi, il capitano della Sea Watch ha deciso di sbarcare a Lampedusa i migranti a bordo della nave: a questo punto ci aspettiamo che i minorenni e le persone a bordo vengano fatte scendere al più presto, dando loro cure e assistenza.

Salvare vite umane dovrebbe essere la preoccupazione principale degli Stati membri dell’Ue e che per questo motivo lo sbarco in un porto sicuro, tempestivo e prevedibile delle navi di soccorso deve sempre essere consentito.

Garantire che migranti e rifugiati, molti dei quali bambini e adolescenti soli, siano sbarcati in porti sicuri dove possono ricevere una protezione adeguata, significa che le navi nel Mediterraneo, siano esse Ong o navi mercantili, non incontrino ostacoli quando soccorrono e sbarcano persone in difficoltà.

Cercare di impedire, scoraggiare, ostacolare le operazioni salvavita di Ong e navi commerciali è pericoloso e mette a rischio la vita dei naufraghi, oltre a violare la Costituzione italiana e il diritto internazionale”.

E, aggiungo io, le principali responsabilità di tale situazione sono senza dubbio del “nostro” capitano, Matteo Salvini. E Conte, insieme agli altri membri del governo italiano, sono corresponsabili.




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27 giugno 2019

In Italia i poveri sono molti, troppi...

In Italia, nel 2018 rispetto all’anno precedente, risulta stabile la povertà assoluta, secondo l’Istat. Nel 2018, si stima che siano state oltre 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta, con un’incidenza pari al 7,0%, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale). Comunque la povertà assoluta rimane ai livelli massimi dal 2005 e continua quindi ad assumere dimensioni molto consistenti, che dovrebbero assolutamente diminuire.

Nel Mezzogiorno e nelle aree metropolitane si sono registrate più famiglie e individui poveri.

L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-Est e del Centro).

Anche in termini di individui, il maggior numero di poveri (oltre due milioni e 350.000, di cui due terzi nel Sud e un terzo nelle Isole) risiede nelle regioni del Mezzogiorno (46,7%), il 37,6% nelle regioni del Nord, circa 1 milione e 900.000 individui (il 22,7% nel Nord-Ovest e il 14,8% nel Nord-Est).

L’incidenza di povertà individuale è pari a 11,1% nel Sud, 12,0% nelle Isole, mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa e pari a 6,9% e 6,6% (nel Nord-Ovest 7,2%, nel Nord-Est 6,5%).

Al Nord i comuni centro delle aree metropolitane presentano incidenze di povertà (7,0%) maggiori rispetto ai comuni periferici delle aree metropolitane e ai comuni sopra i 50.000 abitanti (5,4%) e ai restanti comuni più piccoli (5,7%).

Al Centro, invece, i comuni centro di aree metropolitane presentano l’incidenza minore (3,5% di famiglie povere contro 5,6% dei comuni periferici delle aree metropolitane e comuni sopra i 50.000 abitanti e 6,4% dei comuni più piccoli).

Anche il confronto per tipologia comunale evidenzia lo svantaggio del Sud e delle Isole: l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta nei comuni centro di aree metropolitane è pari al 13,6% valore che raggiunge il 15,7% nel solo Sud.

Nel 2018, si conferma un’incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti.

E’ pari a 8,9% tra quelle con quattro componenti e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; si attesta invece attorno al 7% tra le famiglie di 3 componenti, in linea con il dato medio.

Anche tra i monogenitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11,0%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando era pari a 9,1%.

Nelle famiglie con almeno un anziano l’incidenza di povertà è pari al 4,9%, più bassa, quindi, della media nazionale, scende al 3,2% se si considerano le coppie in cui l’età della persona di riferimento della famiglia è superiore a 64 anni (tra quelle con persona di riferimento tra i 18 e i 64 anni questo valore sale al 5,2%).

In generale, la povertà familiare presenta quindi un andamento decrescente all’aumentare dell’età della persona di riferimento: le famiglie di giovani, infatti, hanno generalmente minori capacità di spesa poiché dispongono di redditi mediamente più contenuti e hanno minori risparmi accumulati nel corso della vita o beni ereditati.

La povertà assoluta riguarda quindi il 10,4% delle famiglie in cui la persona di riferimento ha un’età compresa tra 18 e 34 anni, il 4,7% se la persona di riferimento ha oltre 64 anni.

La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio.

Se la persona di riferimento ha conseguito un titolo almeno di scuola secondaria superiore l’incidenza è pari al 3,8%, si attesta su valori attorno al 10,0% se ha al massimo la licenza di scuola media.

Associata al titolo di studio è la condizione professionale e la posizione nella professione della persona di riferimento: se dirigente, quadro o impiegato, la famiglia è meno a rischio di povertà assoluta, con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. Se la persona di riferimento è operaio o assimilato, la povertà riguarda il 12,3% delle famiglie.

Tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione questa quota sale al 27,6%.

Nel 2018, la povertà assoluta in Italia colpisce 1.260.000 minori (12,6% rispetto all’8,4% degli individui a livello nazionale).

L’incidenza varia da un minimo del 10,1% nel Centro fino a un massimo del 15,7% nel Mezzogiorno.

Disaggregando per età, l’incidenza presenta i valori più elevati nelle classi 7-13 anni (13,4%) e 14-17 anni (12,9%) rispetto alle classi 0-3 anni e 4-6 anni (11,5% circa).

Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 725.000, con un’incidenza dell’11,3% (oltre quattro punti più alta del 7,0% medio nazionale).

La maggiore criticità per le famiglie con minori emerge non solo in termini di incidenza, ma anche di intensità della povertà: questa è, infatti, al 20,8% (rispetto al 19,4% del dato nazionale).

Le famiglie con minori sono quindi più spesso povere, e se povere, lo sono più delle altre.

Si confermano le maggiori difficoltà per gli stranieri.

Gli individui stranieri in povertà assoluta sono oltre un milione e 500.000, con una incidenza pari al 30,3% (tra gli italiani è il 6,4%).

Le famiglie in povertà assoluta sono composte nel 68,9% dei casi da famiglie di soli italiani (1 milione e 250.000) e per il restante 31,1% da famiglie con stranieri (567.000) mentre le famiglie di soli italiani rappresentano il 91,3% delle famiglie nel loro complesso contro l’8,7% delle famiglie con stranieri.

L’incidenza di povertà assoluta è pari al 25,1% per le famiglie con almeno uno straniero (27,8% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri) e al 5,3% per le famiglie di soli italiani.




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19 giugno 2019

In 20 milioni costretti a pagare le prestazioni sanitarie

Secondo il nono rapporto Rbm-Censis sulla sanità pubblica, sono 19,6 milioni gli italiani costretti a pagare di tasca propria le cure. Le liste d’attesa sono un “calvario” e il 35,8% dei cittadini le ha trovate chiuse almeno una volta e per questo si rivolge al privato mettendo mano al portafoglio. La spesa privata quindi è salita a 37,3 miliardi di euro, +7,2% dal 2014 (-0,3% quella pubblica).

“I forzati della sanità di tasca propria pagano a causa di un servizio sanitario che non riesce più a erogare in tempi adeguati prestazioni incluse nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) e prescritte dai medici”, si legge nell’indagine.

Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti.

In 28 casi su 100 i cittadini, visto che i tempi d’attesa sono eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud).

I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica.

Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. E’capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti.

Lunghe o bloccate, le liste d’attesa sono invalicabili.

In media, 128 giorni d’attesa per una visita endocrinologica, 114 giorni per una diabetologica, 65 giorni per una oncologica, 58 giorni per una neurologica, 57 giorni per una gastroenterologica, 56 giorni per una visita oculistica.

Tra gli accertamenti diagnostici, in media 97 giorni d’attesa per effettuare una mammografia, 75 giorni per una colonscopia, 71 giorni per una densitometria ossea, 49 giorni per una gastroscopia.

E nell’ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d’attesa chiuse.

“E’ chiaro che cosi non si può continuare, i dati parlano chiaro – spiega Marco Vecchietti, amministratore delegato e direttore generale di Rbm assicurazione salute – commentando i risultati del rapporto.

Occorre pianificare un veloce passaggio da una sanità integrativa a disposizione di pochi, circa 14 milioni di italiani hanno una polizza sanitaria, ad una sanità integrativa diffusa, un vero e proprio ‘welfare di cittadinanza’, attraverso l’evoluzione del welfare integrativo da strumento ‘contrattuale’ a strumento di ‘tutela sociale’ in una prospettiva di presa in carico dell’intero ‘progetto di vita’ dei cittadini.

Non bisogna dimenticare, infatti, che i bisogni di cura crescono con il progredire dell’età e con l’insorgenza di malattie croniche o di lunga durata”.

E così prosegue Vecchietti, “Non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del servizio sanitario nazionale attraverso un secondo pilastro sanitario aperto.

Un sistema sanitario universalistico è incompatibile con una necessità strutturale di integrazione ‘individuale’ pagata direttamente dai malati, dagli anziani e dai più fragili.  Il secondo pilastro sanitario non è un modello nel quale i cittadini ricevono le cure privatamente, ma un sistema di ‘gestione in monte’ delle prestazioni sanitarie erogate al di fuori del servizio sanitario nazionale rimaste a loro carico.

Non è la sanità integrativa a spingere i consumi privati in sanità, ma la crescita della spesa sanitaria privata a richiedere un maggiore livello di ‘intermediazione’ delle cure private dei cittadini”.

Ma non tutti sono d’accordo con la ricetta proposta da Vecchietti.

Ad esempio, il giurista Luca Benci ha scritto:

“…Ritorna a questo punto il problema comunicativo. Per vendere un prodotto che da élite diventa ‘popolare’ Rbm Spa si mette l’eskimo e utilizza un linguaggio tradizionale di sinistra.

Ecco allora che cita l’amatissimo e insostituibile articolo 32 della Costituzione che declina la salute come ‘diritto fondamentale dell’individuo’, che parla di ‘prevenzione e di cura’, che riconosce che il servizio sanitario nazionale ‘è lo strumento attraverso il quale viene attuato il diritto alla salute sancito dalla Costituzione’.

Rbm Spa ci ricorda che in questi anni è cresciuto un sistema sanitario ‘auto-organizzato’ – autoorganizzazione e autogestione sono termini tradizionalmente cari al sindacalismo di base e ai centri sociali – che fa aumentare le ‘disuguglianze e colpisce i malati, i più fragili ed i più deboli’.

Ecco allora che si offre la soluzione del problema delle gravi disuglianze di salute.

Si potrebbe pensare a una redistribuzione diversa del reddito, a un sistema fiscale più progressivo, a un’imposta patrimoniale nei confronti della popolazione più abbiente da dedicare a garantire il diritto alla salute e ad altre politiche coerenti.

Invece no, la soluzione è a portata di mano: la Spesa Sanitaria Privata (proprio così con tutte le maiuscole come iniziali).

E’ il ‘nodo irrisolto’ ed è l’elemento che si candida a essere ‘un elemento sempre più caratterizzante del percorso di cura degli italiani’.

Poi quasi a pentirsi di questo precoce disvelamento di intenzioni (pag. 3 del rapporto) del tutto tipico per una società per azioni, reindossa l’eskimo e analizza con dispiacere la ‘perdita di quote di universalismo’, l’iniquità del sistema fiscale e di compartecipazione della spesa, fino a recuperare un lessico mutuato dal padre nobile indiscusso della teorizzazione dei diritti parlando di ‘migranti della salute’ (‘migranti di diritti’ scriveva Stefano Rodotà).

… Le proposte finali, seppure nel surrettizio linguaggio di sinistra, sono chiare: mutue per tutti e privatizzazioni.

Attenzione l’eskimo è sempre a portata di mano: le mutue sono ‘fondi’ e la privatizzazione è il ‘secondo pilastro’.

Anche in questo caso il linguaggio regna sovrano: ‘mutue’ e ‘privatizzazioni’ evocano ormai concetti negativi: le prime ricordano il fallimento delle mutue sanitarie del novecento e le privatizzazioni non hanno mai avuto esiti felici nel nostro Paese.

Utilizzare ‘fondi’ e ‘secondo pilastro’ in luogo di mutue e privatizzazioni ricorda quei ristoranti che cambiano tutto affinché nulla cambi: da ‘cucina casalinga’ si sono ridenominati – senza ovviamente convertirsi – in ‘cucina del territorio’ o in ‘cucina della tradizione’.

Nomi oggi con più allure, ma con identica sostanza.

… Nessun cenno ai conflitti di interesse che una società leader del mercato assicurativo ha inevitabilmente, in un documento che ha come finalità la promozione della privatizzazione, perché di questo si tratta.

Il rapporto Rbm Spa e Censis è un inno alla promozione della privatizzazione!”

Credo anche io che sarebbe necessario rilanciare la sanità pubblica, non certo quella privata.

Ma questo governo saprà e vorrà farlo?




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17 giugno 2019

Oltre 100 morti in Sudan

La situazione in Sudan diventa sempre più preoccupante. Nelle ultime settimane sono saliti ad oltre 100 i morti causati dalla repressione, promossa dai militari, contro le proteste dell’opposizione democratica che chiede loro di ritirarsi dal potere. Almeno 40 corpi sono stati ripescati nel Nilo, a Khartoum. 

I militari sono andati al potere dopo la caduta del dittatore Omar al Bashir. Il consiglio militare di transizione ha annunciato la convocazione di elezioni entro 9 mesi, ma la protesta non si è fermata, protesta nella quale un ruolo di leader è stato svolto da diverse giovani donne.

Le vittime sono tutte manifestanti democratici attaccati dai militari che li hanno dispersi con inaudita violenza.

Le manifestazioni antigovernative proseguono ormai da settimane, con le opposizioni che respingono le proposte di dialogo da parte del governo, almeno fin quando non cesseranno le violenze.

Una trattativa che, ha annunciato il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo del consiglio militare di transizione, è stata troncata dopo la reiterata richiesta da parte della piazza di una transizione di almeno tre anni, con passaggio dei poteri dalla sfera militare a quella civile e un graduale passaggio alla democrazia.

Tre anni sono infatti il tempo minimo prima che si possano tenere elezioni libere e democratiche, secondo l’opposizione, che ha invitato a continuare la protesta in forma pacifica.

La transizione di tre anni è però una richiesta evidentemente inaccettabile per i militari, che hanno annunciato il voto entro nove mesi, rinfocolando la protesta che, a questo punto, è stata repressa nel sangue.

All’origine delle morti il fatto che si è deciso di sparare sul sit-in che da settimane stazionava davanti al palazzo del consiglio militare, in riva al Nilo.

La protesta democratica ha cercato di riorganizzarsi e di rifarsi viva, e gli organizzatori hanno incitato a sfidare il regime per la ricorrenza della fine del Ramadan.

Ma alle pattuglie di soldati, sempre stando alle forze d’opposizione, si è affiancata l’opera violenta di miliziani paramilitari, che picchiano, rapiscono, torturano, uccidono.

Tra questi la forza di supporto rapido (Rsf), miliziani giudicati responsabili del genocidio e della pulizia etnica delle popolazioni nere in Darfur nel 2003.

Il movimento per la democrazia sudanese, che qualcuno ha paragonato alle Primavere arabe di qualche anno fa, nacque in dicembre in seguito ad una protesta spontanea per il rincaro della farina e del carburante, per poi mettere radici politiche, dopo oltre 30 anni di dittatura militare guidata da Al Bashir.

Il dittatore fu estromesso l’11 aprile, sei giorni dopo che la protesta aveva assunto la forma pacifica di un sit-in permanente, simile a quello degli studenti di piazza Tienanmen in Cina.

“Il ruolo delle Nazioni Unite è senz’altro ancora importante – ha spiegato Enrico Casale, giornalista della rivista Africa intervistato da Stefano Leszczynski – ma a fianco dell’Onu è fondamentale l’azione diplomatica di tutti i Paesi, specialmente di quelli che stanno attualmente dalla parte del consiglio militare”.

Casale ha aggiunto che il rischio di non coinvolgere questi attori è infatti quello di ritrovarsi in una situazione come quella libica, dove l’Onu non è riuscita a riportare la pace.

Non posso che concordare sulla necessità di coinvolgere l’Onu e i Paesi più interessati alla situazione nel Suda. Altrimenti è prevedibile che vi sia un’escalation degli scontri ed anche, quindi, un aumento dei morti, che deve essere, invece, assolutamente evitato.




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17 giugno 2019

Il rischio di riciclaggio è più alto nel Centro-Nord, anche in Umbria

Nello studio del comitato di sicurezza finanziaria del ministero dell’Economia e della Finanza denominato “Analisi nazionale dei rischi di riciclaggio di denaro” sono contenute anche interessanti informazioni sull’uso del contante in Italia. Per quanto concerne il rischio di riciclaggio emerge che le province nelle quale il rischio è più alto non sono localizzate nelle regioni meridionali ma prevalentemente nel Centro-Nord. 

Per quanto riguarda l’uso del contante,  nel 2016, nell’Eurozona sono stati effettuati 129 miliardi di transazioni in contanti.

I Paesi che registravano un ammontare più significativo di transazioni in contanti erano prevalentemente i Paesi del Sud Europa, ma anche Germania, Austria e Slovenia.

Per quanto attiene alla stima del valore di queste transazioni, i Paesi con la percentuale più alta risultavano essere Cipro, Malta e la Grecia, seguivano l’Italia, insieme a Spagna e Austria.

In Italia nel 2016 il contante è stato lo strumento più utilizzato nei punti vendita: l’86% delle transazioni è stato regolato in contanti rispetto al 79% registrato nell’area euro.

Il contante è risultato meno utilizzato al Nord e più diffuso al Centro e al Sud: le percentuali più basse di transazioni in contante sono state registrate in Lombardia (81%), Sardegna (82%) e Toscana (82%), mentre quelle più alte in Calabria (94%), Abruzzo, Molise e Campania (91%).

Sulla base dell’assunto che il contante è una misura – ancorché parziale – del rischio di riciclaggio, si è presentato, nello studio, un indicatore di rischio elaborato a livello provinciale dall’Unità di informazione finanziaria (Uif).

L’indicatore è basato su una misura “relativa” di anomalia: per ogni euro depositato in banca utilizzando strumenti diversi dal contante è considerato l’ammontare dei versamenti in contanti non giustificati da fattori “strutturali” locali di natura socio-economica e finanziaria.

In tal senso, questo indicatore appare un’utile misura di esposizione al rischio di riciclaggio per gli operatori privati.

Per ciascuna provincia è stato calcolato il rapporto tra il numero delle anomalie rilevate a livello banca-comune e il totale di combinazioni banca-comune osservate nella stessa provincia.

Nella mappatura provinciale di questa misura di rischio sono stati distinti quattro livelli di rischio: alto, medio-alto, medio e basso.

Le province con rischio alto sono risultate essere Aosta, Milano, Lodi, Bolzano, Udine, Trieste, Gorizia, Venezia, Verona, Parma, Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena, Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Siena, Arezzo, Pesaro-Urbino, Perugia, Terni, Rieti, Roma, L’Aquila, Cagliari.

Le province con rischio medio-alto Imperia, Torino, Biella, Verbano-Cusio-Ossola, Varese, Como, Sondrio, Trento, Belluno, Pordenone, Treviso, Padova, Piacenza, Modena, Livorno, Pisa, Ancona, Ascoli Piceno, Viterbo, Latina, Frosinone, Campobasso, Caserta, Napoli, Avellino, Potenza, Cosenza, Sassari.

Il risultato più interessante, e inatteso, è il fatto che in queste due categorie sono inserite soprattutto province appartenenti  a regioni del Centro-Nord, mentre quelle appartenenti a regioni meridionali sono poche.

Pertanto, risulta evidente che la criminalità organizzata, facente parte delle diverse mafie che operano in Italia oppure no, la quale utilizza notevolmente lo strumento del riciclaggio del denaro è particolarmente presente nel Centro-Nord.

Quindi è proprio in quell’area che devono essere intensificati gli interventi per contrastare il riciclaggio del denaro, anche riducendo l’utilizzo del contante, obiettivo questo che non sembra essere considerato prioritario dall’attuale governo.




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10 giugno 2019

I minibot una buffonata o un pericolo?

In un Paese come l’Italia, contraddistinto da una situazione economico-finanziaria molto difficile, invece di affrontare i principali problemi di tale situazione si dibatte sui minibot, un tema questo che potrebbe e dovrebbe essere accantonato. Infatti i minibot possono essere o una buffonata o un grave pericolo. O entrambe le cose. 

Infatti che i minibot siano una buffonata o un grave pericolo può essere la conclusione a cui si perviene, a mio avviso, leggendo un articolo di Tommaso Monacelli pubblicato su www.lavoce.info.

Cosa sostiene Monacelli?

“Non esiste una proposta articolata, ma nella sostanza, dovrebbero essere passività dello stato di piccolo o piccolissimo taglio (10, 50 o 100 euro) emesse senza tasso di interesse e senza scadenza.

Una prima ipotesi è che i minibot siano emessi con la possibilità per imprese e famiglie di usarli per pagare le tasse.

E’ ovvio che in tal caso sarebbero del tutto identici a un taglio delle imposte o, in modo equivalente, a un incremento di debito pubblico.

Basta un semplice esempio per capirlo. Se alla fine dell’anno il signor Rossi deve 100 euro di tasse, ma lo stato gli comunica che può usare 100 minibot per pagarle, il signor Rossi risparmia 100 euro da spendere al ristorante, mentre lo stato non incassa quei 100 euro dovuti di tasse, e deve quindi finanziare il deficit di entrate in qualche modo: o riducendo la spesa pubblica, oppure con maggior debito. E’ una mera questione di identità contabile.

Una seconda ipotesi è che i minibot possano essere utilizzati dalle imprese per riscuotere i crediti che ancora vantano con la pubblica amministrazione (Pa).

In questo caso, sarebbero del tutto inutili.

Se lo Stato deve 100 euro di pagamenti all’impresa del signor Rossi, potrebbe finanziarsi sul mercato emettendo buoni del tesoro per 100 euro e girare poi quei 100 euro al signor Rossi per estinguere il proprio debito. Di fatto, lo stato starebbe scambiando una passività (i pagamenti dovuti all’impresa del signor Rossi), con un’altra passività (i buoni del tesoro emessi per finanziarsi).

Perché dunque usare i minibot?

L’unica ragione per farlo sarebbe quella di tassare implicitamente le povere imprese creditrici.

Se un’impresa fornitrice della Pa venisse pagata in minibot oggi, potrebbe scontare il proprio credito solo più tardi al momento di pagare le tasse dovute.

In ragione di questo lasso temporale (più o meno lungo), di fatto è come se l’impresa sostenesse un costo implicito in misura pari ai mancati interessi (altrimenti, perché semplicemente non ridurre le tasse alle imprese dello stesso ammontare dei crediti esistenti, senza alchimie cartacee?)

Un guadagno per lo Stato, una tassa implicita per l’impresa. E un ulteriore motivo per guardare i minibot con sospetto.

Quello dei debiti inevasi della Pa con le imprese private è un problema realeche va certamente affrontato. Ma deriva da inefficienze strutturali del nostro sistema amministrativo e non può essere risolto con trucchi monetari.

Molti si chiedono anche se i minibot equivarrebbero all’emissione di nuova moneta.

La risposta è che ‘potrebbero’ diventare moneta.

Di fatto soddisfano una condizione necessaria (ma non sufficiente) per essere moneta: sono passività dello Stato senza scadenza e senza tasso d’interesse.

Ma non è detto soddisfino la condizione sufficiente: cioè la fiducia.

Per essere moneta, i minibot devono essere accettati nelle transazioni.

Se il signor Rossi riceve 100 minibot dallo Stato e vuole utilizzarli per fare la spesa dal signor Bianchi, il signor Bianchi li accetterà solo se ha fiducia nel fatto che li potrà poi utilizzare per pagare il signor Verdi, e così via. Niente garantisce che questo collante di fiducia si verrebbe a realizzare. Anzi, c’è da dubitarne.

E se lo Stato dovesse però imporre per legge che i minibot debbano essere obbligatoriamente accettati nelle transazioni?

In tal caso il signor Bianchi non potrebbe rifiutarsi di accettarli come pagamento. Ma ciò equivarrebbe (di diritto e di fatto) all’uscita dell’Italia dall’euro, perché lo Stato italiano starebbe stampando moneta con corso legale.

I minibot verrebbero probabilmente scambiati a grande velocità (le persone vorrebbero liberarsene come una patata bollente) e diventerebbero moneta parallela fortemente svalutata (di fatto carta straccia) rispetto all’euro.

In conclusione, è evidente che i minibot sono un espediente inutile e verosimilmente dannoso, che nasconde probabilmente possibili scenari di realizzazione pratica dell’uscita dell’Italia dall’euro”.

Io credo che l’analisi di Monacelli faccia chiarezza sulla vera natura dei minibot e io condivido pienamente le conclusioni a cui perviene, di fatto il suo giudizio fortemente negativo.




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10 giugno 2019

270.000 gli studenti disabili, raddoppiati in 20 anni

Secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione i studenti disabili nell’anno scolastico 2017/2018 erano 268.246, il 3,1% del totale, 14.000 in più rispetto all’anno precedente, quando erano il 2,9%. Rispetto a venti anni fa, sono più che raddoppiati (erano 123.862 nel 1997/1998). Nell’ultimo anno si è registrato un incremento di oltre 16.000 unità del numero di docenti per il sostegno.

Questi dati sono stati riportati in un articolo pubblicato su www.superabile.it e sono disponibili sul sito del ministero.

Nel 2017/2018, il 93,3% degli alunni con disabilità ha frequentato una scuola statale, il 5,1% una paritaria, l’1,6% una non paritaria comunque iscritta negli elenchi regionali.

Le classi con almeno un alunno con disabilità sono state 192.606, pari al 45% del totale delle 427.728 classi attivate, comprese le sezioni della scuola dell’infanzia.

Nel 2017/2018 gli studenti con disabilità erano così distribuiti per ordine di scuola: 31.724 nella scuola dell’infanzia, 95.081 nella primaria, 71.065 nella secondaria di I grado, 70.376 nella secondaria di II grado.

Netta la prevalenza del genere maschile.

La regione con la percentuale più alta di alunni con disabilità è stata l’Abruzzo (3,7%), quella con la percentuale più bassa la Basilicata (2,3%).

A livello territoriale si è evidenziata una distribuzione disomogenea, con notevoli differenze tra le singole regioni.

Mediamente, nelle regioni del Centro e del Nord-Ovest l’incidenza è stata maggiore che nel resto d’Italia. Nel complesso del sistema scolastico, la presenza è stata del 3,1%, mentre nel Centro e nel Nord Ovest si è attestata al 3,2%, rispettivamente 53.748 alunni con disabilità su un totale di 1.667.396 e 70.611 su un totale di circa 2.203.000. Nel Nord Est si è registrata la percentuale più contenuta, pari al 2,7%.

Il 96,4% degli alunni con disabilità aveva una disabilità psicofisica, l’1,4% una disabilità visiva, il 2,3% una disabilità uditiva.

La percentuale media di alunni con disabilità rispetto al totale dei frequentanti nella scuola secondaria di II grado è stata prossima al 2,6%. Per i licei l’1,3%, per gli istituti tecnici pari al 2,2%, nei professionali ha raggiunto il 6,6%. Il 23,8% del totale degli alunni con disabilità frequentava un liceo, il 27,3% un istituto tecnico, il 48,9% un istituto professionale.

Nel 2017/2018 il rapporto tra numero di studenti con disabilità e posti di sostegno è stato pari, nella scuola statale, a 1,69 alunni per posto di sostegno.

Sempre nel 2017/2018 si è registrato un incremento rispetto all’anno precedente di oltre 16.000 unità sul numero di docenti per il sostegno in tutti gli ordini di scuola.

In numero complessivo, è risultato pari a 155.977 su un totale di 872.268, così ripartito: 17.743 per l’infanzia, 55.578 per la primaria, 41.512 per la secondaria di I grado, 41.144 per la secondaria di II grado.




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