29 gennaio 2012
Gli olocausti dimenticati: Rom, Testimoni di Geova, omosessuali...
Il 27 gennaio è stato celebrato il Giorno della Memoria nel corso del quale, generalmente, si ricorda lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Ma vi sono alcuni olocausti “dimenticati”, che hanno riguardato i Rom e i Sinti, i Testimoni di Geova e gli omosessuali. In un articolo, pubblicato su www.giornalettismo.com, si ricordano questi olocausti:
“Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ha ricevuto in dono dall’associazione Rom Kalderash la bandiera internazionale del popolo Rom che, per la prima volta, sarà esposta all’esterno della casa
La cerimonia di consegna si inserisce nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della Memoria organizzate in collaborazione fra la Presidenza del Consiglio Comunale di Venezia e le numerose associazioni del territorio…
‘Questo popolo ha subito una doppia ferita dalla storia: quella del Porrajmos, il tentativo di annientamento compiuto dai regimi nazifascisti nei confronti dell’etnia romanij che causò l’atroce morte di oltre 500.000 persone fra Rom e Sinti nei campi di sterminio, e una seconda ferita: quella del silenzio - ha sottolineato Orsoni -.
Solo nello Zigeunerlager, il campo loro riservato ad Auschwitz - Birkenau, tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944 oltre ventimila persone furono condotte nelle camere a gas.
In Italia i Rom furono imprigionati nei campi di concentramento di Agnone, Berra, Bojano, Bolzano, Ferramonti, Tossici’a, Vinchiaturo, Perdasdefogu, le isole Tremiti e in quello di Gonars’.
‘Eppure sin dal primo momento il genocidio di Rom e Sinti, la loro persecuzione, fu macchiato dal dubbio e dall’indifferenza; dal silenzio - ha ammonito -. Lo stesso tribunale di Norimberga liquidò sbrigativamente la questione degli zingari non ammettendoli neppure quale parte civile al processo. Vittime per due volte’…
Altri due i genocidi dimenticati.
Il primo fu quello dei Testimoni di Geova, perseguitati tra il 1933 e il 1945 - diecimila internati, prevalentemente tedeschi -: a loro veniva anche offerta - invano - la possibilità di rinunciare al loro credo religioso, in cambio della libertà.
Olocausti che - come hanno fatto notare, non senza qualche polemica, alcune associazioni - si è spesso cercato di dimenticare.
E sono proprio le associazioni come l’Avi, per la tutela delle persone disabili, Arcigay e Gay Center, Opera Nomadi e Aizo - rom e sinti - ad aver organizzato, nella settimana della Memoria, alcuni eventi, in tutta Italia, per cercare di far conoscere, ad esempio, l’Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell’igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70.000 persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche.
Altro olocausto dimenticato il cosiddetto ‘Omocausto’, che portò alla morte di almeno 7.000 omosessuali nei campi di sterminio nazisti, oltre alle decine di migliaia di persone che vennero condannate sulla base del Paragrafo 175, quello che puniva gli atti e, persino, le fantasie omosessuali.
Rosa era il colore del triangolo che indicava, nei campi di concentramento, gli omosessuali.
‘Le stime sui morti, in questo caso, sono difficilissime - racconta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center - perché molti non volevano ammettere di essere omosessuali. Altri vennero portati nei campi di concentramento per altri motivi e, quindi, la loro omosessualità non emergeva’.
‘E’ una storia cancellata, la loro’, dice Porpora Marcasciano, presidente del Mit, movimento di identità transessuale, ‘anche per colpa di quel pudore cattolico che porta a censurare determinati argomenti. E bisogna considerare che molti gay erano anche deportati politici e non avevano alcuna intenzione di dichiarare il loro orientamento sessuale, anche una volta liberati’.
Tra i pochi - è forse l’unica, in Italia, a poter ancora ricordare quegli anni di persecuzioni - c’è la transessuale Lucy, che entrò nel campo di sterminio di Dachau come Luciano. E che, nel 2010, per la prima volta, è tornata a visitare il luogo dal quale è riuscita miracolosamente a salvarsi.
Alcuni volti di omosessuali internati ad Auschwitz sono esposti, da giovedì, nell’ambito di una mostra, allestita a Roma, nella sede del Municipio XI, curata da Gay Center e Arcigay Roma, con il supporto della comunità ebraica di Roma e dell’Ucei.
‘Di Omocausto si è iniziato a discutere in Italia grazie a quegli studiosi, soprattutto tedeschi, che hanno sollevato il caso - osserva Aurelio Mancuso, presidente di Equality -. Fino a non molto tempo fa, una ventina di anni fa, non si parlava affatto delle vittime omosessuali.
C’erano anche difficoltà relative alle fonti e ai documenti’. ‘Bisogna poi ricordare quelle centinaia di persone mandate al confino dal regime fascista - aggiunge Mancuso - e che, comunque, rientravano nelle persecuzioni dell’epoca contro gli omosessuali’.
Mancuso evidenzia anche il ruolo chiave svolto dalle comunità ebraiche italiane nel portare alla luce la questione dell’Omocausto: ‘Si è fatto molto lavoro comune, fondamentale per una memoria condivisa, e tanti rabbini si sono pronunciati in merito alle persecuzioni dei gay durante il periodo nazista’”.
Spesso la Giornata della Memoria assume un carattere eccessivamente retorico. In realtà questa Giornata ha, o dovrebbe avere, una notevole importanza in un periodo come quello attuale in cui, soprattutto in Europa, riscuotono un certo successo movimenti politici e culturali dichiaratamente xenofobi, razzisti, omofobi. Talvolta questi movimenti si sono presentati alle elezioni e i loro rappresentanti sono presenti in alcuni Parlamenti, pur rimanendo delle minoranze, per fortuna, tranne, per la verità, in Ungheria. Pertanto ricordare gli olocausti, da quello più noto a quelli dimenticati, risulta ancora necessario per comprendere meglio quanto i movimenti citati debbano essere combattuti e, si spera, sconfitti.
| inviato da paoloborrello il 29/1/2012 alle 12:26 | |
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27 gennaio 2012
Diritti umani violati in Medio Oriente e Africa del Nord
In diversi paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, nel 2011, sono stati abbattuti dei regimi dittatoriali nell’ambito dei quali per molti anni si è assistito a gravi violazioni dei diritti umani. Ma, in un rapporto di Amnesty International, si sostiene che, in quegli stessi paesi, continuano a non essere rispettati pienamente diritti umani fondamentali e in altri paesi, dove i regimi dittatoriali governano ancora, la situazione dei diritti umani è pessima. In un comunicato Amnesty prende in esame i principali contenuti del rapporto:
“La repressione e la violenza di stato sono destinate a continuare a flagellare il Medio Oriente e l'Africa del Nord anche nel 2012, se i governi della regione e le potenze internazionali non si dimostreranno all'altezza dei cambiamenti richiesti.
È quanto ha dichiarato Amnesty International, diffondendo un rapporto di 80 pagine dal titolo ‘Un anno di rivolta. La situazione dei diritti umani in Medio Oriente e Africa del Nord’, sui sensazionali avvenimenti del 2011: un anno in cui, da un lato, i governi della regione hanno mostrato di essere disposti a ricorrere alla violenza estrema per cercare di resistere alla richiesta senza precedenti di profondi cambiamenti; e dall'altro, i movimenti di protesta hanno fatto vedere di non avere la minima intenzione di voler abbandonare i loro ambiziosi obiettivi o di accontentarsi di riforme di facciata.
‘Con poche eccezioni, i governi non hanno saputo riconoscere che è cambiato tutto’ - ha dichiarato Philip Luther, direttore ad interim per il Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International.
‘In tutta la regione i movimenti di protesta, guidati in molti casi dai giovani e che hanno visto le donne svolgere un ruolo centrale, hanno dimostrato di avere un'incredibile resistenza di fronte a una repressione a volte furibonda e di non essere disposti a farsi prendere in giro da riforme che modificherebbero poco o nulla il modo in cui sono stati trattati dalla polizia e dalle forze di sicurezza. Questi movimenti vogliono cambiamenti concreti nel modo in cui sono governati e pretendono che chi in passato ha commesso violazioni dei diritti umani sia chiamato a renderne conto’.
‘I costanti tentativi di offrire cambiamenti di facciata, di ricacciare indietro i progressi ottenuti dai manifestanti o semplicemente di brutalizzare e sottomettere le loro popolazioni, indicano che l'obiettivo di molti governi è la sopravvivenza’ - ha proseguito Luther.
Nonostante il grande ottimismo diffusosi in Africa del Nord con la caduta dei regimi longevi di Tunisia, Egitto e Libia, Amnesty International ha rilevato che questi successi non sono stati cementati da profonde riforme istituzionali, tali da evitare il ripetersi dello stesso genere di violazioni dei diritti umani del passato.
L'organismo al potere in Egitto, il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), ha ripetutamente promesso di dare seguito alle richieste della ‘rivoluzione del 25 gennaio’ ma, secondo le ricerche di Amnesty International, si è reso responsabile di una serie di violazioni dei diritti umani per certi versi persino peggiori di quelle dell'era di Mubarak.
L'esercito e le forze di sicurezza hanno violentemente soppresso le proteste, causando almeno 84 morti negli ultimi tre mesi del 2011. Sono continuate le torture durante la detenzione e le corti marziali hanno processato più civili in 12 mesi che nei 30 anni precedenti. Alle donne sono stati inflitti particolari trattamenti umilianti, con l'obiettivo di farle desistere dalla protesta. A dicembre, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nelle sedi di varie organizzazioni non governative locali e internazionali in quello che è apparso un tentativo di azzittire le critiche nei confronti delle autorità.
Amnesty International teme che nel 2012 lo Scaf potrebbe tentare ulteriormente di limitare le possibilità dei cittadini egiziani di protestare ed esprimere liberamente le loro opinioni.
La rivolta in Tunisia ha prodotto significativi miglioramenti sul piano dei diritti umani, ma un anno dopo sono in molti a ritenere che il cambiamento stia procedendo con troppa lentezza. Le famiglie delle vittime della rivolta sono ancora in attesa della giustizia.
Dopo le elezioni di ottobre, si è formata una coalizione di governo e Moncef Marzouki, attivista per i diritti umani ed ex prigioniero di coscienza di Amnesty International, è stato nominato presidente ad interim.
Amnesty International ritiene che nel 2012 sarà fondamentale la stesura di una nuova Costituzione che garantisca la protezione dei diritti umani e l'uguaglianza di tutti i tunisini di fronte alla legge.
In Libia, è stata messa fortemente in dubbio la capacità delle nuove autorità di controllare le brigate armate che hanno contribuito alla sconfitta delle forze pro-Gheddafi e di impedire una replica delle violazioni dei diritti umani tipiche del vecchio sistema di potere.
Nonostante le richieste del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) di evitare attacchi di rappresaglia, le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze ostili a Gheddafi sono state raramente oggetto di condanna. A novembre, le Nazioni Unite hanno reso noto che circa 7000 persone erano detenute in centri di prigionia improvvisati controllati dalle brigate rivoluzionarie, senza alcuna prospettiva di essere sottoposte a un'idonea procedura giudiziaria.
Altrove nella regione, i governi sono stati fermamente determinati a rimanere aggrappati al potere, in alcuni casi a qualsiasi costo in termini di vite e dignità umane.
L'esercito e i servizi segreti della Siria si sono resi responsabili di uccisioni e torture che costituiscono crimini contro l'umanità nel tentativo, risultato vano, di terrorizzare manifestanti e oppositori e ridurli al silenzio e alla sottomissione. Alla fine dell'anno, il totale dei morti in carcere era salito a oltre 200, ben più di 40 volte la media annua per quel paese.
Nello Yemen, lo stallo intorno alla presidenza del paese ha causato ulteriori sofferenze alla popolazione. Oltre 200 persone sono state uccise nelle proteste e altre centinaia sono morte negli scontri armati. La violenza ha reso sfollate decine di migliaia di persone, provocando una crisi umanitaria.
In Bahrein, a novembre, la pubblicazione di un rapporto indipendente da parte di una commissione internazionale di esperti sulle violazioni dei diritti umani collegate alle proteste aveva fatto sperare che il paese potesse iniziare a girare pagina. La serietà dell'impegno del governo ad attuare le raccomandazioni della commissione è, tuttavia, ancora da verificare.
Nel 2011 il governo dell'Arabia Saudita ha annunciato una serie di misure di spesa, apparentemente destinati a prevenire la diffusione delle proteste nel regno. Ciò nonostante, e nonostante la stesura di una nuova, repressiva, legge antiterrorismo, le manifestazioni sono andate avanti fino alla fine dell'anno, soprattutto nell'est del paese.
In Iran, un paese le cui azioni di politica interna sono passate largamente inosservate lo scorso anno, il governo ha continuato a stroncare il dissenso, rafforzando i controlli sulla libertà d'informazione e prendendo particolarmente di mira giornalisti, blogger, sindacalisti indipendenti e attivisti politici.
Secondo Amnesty International, la risposta agli avvenimenti del 2011 da parte delle potenze internazionali e degli organismi regionali quali l'Unione africana, la Lega araba e l'Unione europea, è stata incoerente e non ha saputo cogliere la portata della sfida posta ai regimi repressivi della regione.
La causa dei diritti umani è stata fatta propria dai favorevoli a un intervento militare in Libia ma il Consiglio di sicurezza, ostacolato specialmente da Russia e Cina, alla fine dell'anno non aveva fatto altro se non emettere una blanda dichiarazione di condanna nei confronti della violenza in Siria.
La Lega araba, se è stata sollecita nel sospendere la Libia a febbraio e in seguito la Siria, inviando in questo paese anche un team di osservatori, è rimasta in silenzio quando le truppe dell'Arabia Saudita, agendo sotto le insegne del Consiglio per la cooperazione nel Golfo, hanno spalleggiato il governo del Bahrein nel suo tentativo di stroncare le proteste.
‘Il sostegno dei poteri mondiali alle popolazioni del Medio Oriente e dell'Africa del Nord è stato esemplarmente irregolare. Tuttavia, ciò che fa impressione rispetto agli eventi del 2011 è che, con poche eccezioni, il cambiamento è stato in larga parte ottenuto grazie agli sforzi delle persone che sono scese in strada e non all'influenza e al coinvolgimento delle potenze straniere. Le persone comuni di tutta la regione non ci stanno a veder fermata la loro lotta per la dignità e la giustizia, ed è questo che ci dà speranza per il 2012’ - ha concluso Luther”.
Il rapporto di Amnesty International è preoccupante, anche perché la situazione dei diritti umani non può essere valutata positivamente nemmeno in quei paesi dove si è verificato un cambiamento dei governi. E un ruolo fondamentale per migliorare la situazione non può che essere svolto dalle potenze internazionali e dagli organismi regionali, così vengono chiamati da Amnesty International, per spingere i governi dell’area, nuovi o vecchi che siano, a modificare i loro comportamenti. Lo faranno? E’ lecito essere scettici, se si considera l’operato di quei soggetti nel recente passato, proprio in quell’area.
| inviato da paoloborrello il 27/1/2012 alle 9:53 | |
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26 gennaio 2012
Sparate sulla Croce Rossa Italiana...
Nulla di fatto per la riorganizzazione della Croce Rossa Italiana. La commissione sanità del Senato ha bocciato l’atto del precedente Governo con il quale si intendeva porre le basi per normalizzare la situazione della Croce Rossa, da molti anni retta da un commissario e afflitta da notevoli problemi, soprattutto di natura finanziaria. Di quanto avvenuto riferisce Luca Rinaldi in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it:
“Per la riorganizzazione della Croce Rossa Italiana sarà necessaria la proposta di un nuovo documento. È quanto emerge dalle conclusione dell’indagine della Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica datata 18 gennaio 2011.
Secondo la commissione, presieduta dall’Onorevole Tomassini (Pdl), l’atto proposto dal precedente governo Berlusconi, con la benedizione dell’attuale commissario straordinario Francesco Rocca, ‘non risponde se non in minima parte alle criticità emerse durante l’indagine e non appare coerente con le conclusioni cui questa stessa Commissione è giunta in materia di riorganizzazione della Cri’.
‘Sostanzialmente - dichiara il senatore Pd Daniele Bosone, vicepresidente e relatore della commissione - abbiamo chiesto al Ministro di ritirare il provvedimento e di produrne uno nuovo che segua l’indirizzo conclusivo dell’indagine conoscitiva’. Sulla stessa linea il parere del relatore del Pdl Saccomanno che invita il Ministro della Salute Renato Balduzzi ‘a voler ripresentare un nuovo testo di schema di decreto legislativo, che appaia in linea con i contenuti e le linee di intervento emerse nel corso dell’indagine conoscitiva’.
L’indagine della commissione, partita il 28 gennaio dello scorso anno, era necessaria dopo l’esame del decreto Milleproroghe con riferimento alle problematiche contrattuali e organizzative dell’attività istituzionale e contrattuale della Croce Rossa, in riferimento particolare al personale impiegato.
L’indagine predisposta si era infatti concentrata su una dozzina di aree che presentavano criticità in ordine alla gestione del personale civile e militare, alla situazione contabile e patrimoniale e all’ambiguità dell’ente a cavallo tra servizio pubblico e privato.
Il governo Berlusconi e Croce Rossa Italiana erano arrivati alla redazione di uno schema di riordino, che prevedeva sostanzialmente la privatizzazione delle articolazioni locali dell’ente, mantenendo però la natura pubblica del comitato centrale di Croce Rossa, come documentato da Linkiesta e chiarito dallo stesso commissario straordinario Francesco Rocca.
Grande attenzione aveva suscitato il caso Croce Rossa Italiana, in particolare per via del quasi continuo regime di commissariamento in cui l’ente è venuto a trovarsi. Negli ultimi 34 anni infatti la Cri è stata commissariata per 24, il che, come nota anche la stessa commissione, ma non solo, ‘costituisce un elemento di criticità, posto peraltro che a livello internazionale vige il principio dell’indipendenza’.
Per uscire dalla gestione commissariale si era provveduto alla redazione del decreto legislativo di riordino, che viene però, di fatto, bocciato dalla Commissione del Senato, che riconosce tuttavia come l’ultima gestione commissariale abbia però contribuito all’apporto di maggior chiarezza su alcuni elementi. Su tutti l’approvazione dei bilanci che non avveniva dal 2004.
L’indagine conoscitiva è andata a scandagliare una serie di anomalie e di opacità che rendeva difficoltosa la gestione dell’ente, che alcuni definiscono un vero e proprio ‘ministero’. Difficoltà che il decreto di riordino avrebbe dovuto raddrizzare, portando a termine la gestione commissariale di Croce Rossa Italiana, derivante da dissesti finanziari (su tutti il caso della società in house Sise in Sicilia che porta nei bilanci Cri un buco da 37 milioni di euro), 1.500 precari mai regolarizzati, difficoltà di partecipazione a gare di appalto e un corpo militare scarsamente regolamentato.
Quel decreto però è stato valutato negativamente, perché secondo la Commissione del Senato non risponderebbe a pieno alle criticità emerse dall’indagine. La palla torna così al ministero della salute che dovrà riformulare l’impianto del provvedimento tenendo conto dei rilievi della Commissione.
Su tutto si chiede una riorganizzazione improntata a criteri di trasparenza; di riorganizzare la Cri rispettando però gli obiettivi umanitari, risolvere la contraddizione che vede l’ente effettuare servizi umanitari su convenzione da una parte e partecipare a gare d’appalto dall’altra, definire il rapporto tra il Ministero della Difesa e Croce Rossa Italiana per quanto riguarda il personale militare e un’attenzione particolare alla condizione dei lavoratori a termine ‘la cui condizione lavorativa è continuamente messa in discussione dagli affidamenti di servizi sanitari assegnati con metodo competitivo da parte delle Regioni’, valutando ‘un progressivo inserimento in ruolo dei lavoratori da molti anni assunti con contratto a termine ed annualmente rinnovati’…”.
E’ auspicabile che il nuovo Governo presenti un nuovo progetto di riorganizzazione della Croce Rossa che, però, affronti realmente, e una volta per tutte, i notevoli problemi che la caratterizzano da molti anni. La Croce Rossa svolge, o meglio potrebbe svolgere, un ruolo importante. Non è più tollerabile quindi che perdurino quei problemi i quali, oggettivamente, impediscono che i fini istituzionali della Croce Rossa siano compiutamente perseguiti.
| inviato da paoloborrello il 26/1/2012 alle 9:56 | |
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24 gennaio 2012
Il Vaticano e la mafia
Nell’inchiesta e nella sentenza relative all’omicidio di Roberto Calvi è emersa la possibilità che tra la mafia siciliana e lo Ior (istituto per le opere di religione), facente capo al Vaticano, ci siano stati rapporti, soprattutto di natura finanziaria. Sulla questione ritorna Giorgio Bongiovanni, in un articolo pubblicato su www.antimafiaduemila.com:
“Mi rivolgo ai miei amici e fratelli spirituali cattolici e ai laici simpatizzanti di cardinali, vescovi e dello stesso Santo Padre.
Spesso durante convegni e incontri mi avete udito gridare a squarciagola che il Vaticano è stato condizionato e in parte vinto dalle organizzazioni criminali, Cosa Nostra in primis.
Alla luce di una inchiesta pubblicata su www.repubblica.it, a firma di Viviano e Tonacci, penso di poter affermare che non avevo torto.
Nella sentenza di assoluzione per l’omicidio di Roberto Calvi era imputato fra gli altri il boss di Cosa Nostra Pippo Calò e, per quanto sia una sentenza senza colpevoli, vi è abbastanza materiale per dimostrare matematicamente, grazie al preciso lavoro del pm Tescaroli, che ingenti somme di denaro di provenienza criminale sono transitate presso lo Ior per uscirne riciclate.
Si legge testualmente nella sentenza del 7 maggio 2010: ‘Cosa Nostra impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio. Il fatto nuovo emerso è che avvenivano quanto meno anche ad opera di Vito Ciancimino (ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002, ndr) oltre che di Giuseppe Calò’.
Di come Ciancimino abbia svolto un ruolo centrale nel reimpiego di enormi quantità di soldi sia per suo conto che per quello dei corleonesi aveva testimoniato anche il figlio Massimo sentito nell’ambito dello stesso processo.
Ora mi domando: perché il Papa, Benedetto XVI o un suo vicario designato, non si degnano di rispondere alle rogatorie avanzate dai rappresentanti della giustizia italiana?
Qual è la posizione della Santa Chiesa di fronte ad una sentenza emessa da una Corte di giustizia italiana?
E qual è la reazione dei tanti fedeli di fronte a tali terribili e anche laicamente anticristiche verità?
Grazie a Dio, ed è il caso di dirlo, la Chiesa cattolica non è solo quella invischiata in affari di mafia e riciclaggio, ma è anche quella dei santi missionari del Vangelo come don Ciotti o Padre Zanotelli, ma questo non basta!
Noi fedeli per primi siamo chiamati a chiedere e a pretendere una riforma, una pulizia e una vera e proprio purificazione dei vertici più alti della Chiesa se vogliamo che si presenti pulita e trasparente agli occhi del mondo. Anche perché chi crede sa che potrebbe tornare ‘come un ladro nella notte’ un certo Gesù Cristo e chiedere conto ai ‘mercanti nel tempio’”.
E’ bene precisare innanzitutto che sono tre le rogatorie, cioè le richieste di collaborazione giudiziaria, rivolte al Vaticano da magistrati italiani. Due sono finalizzare a ricostruire con precisione i flussi finanziari verificatisi tra la mafia e lo Ior ed una tendente ad accertare se e quando due lettere scritte a macchina da Calvi, pochi giorni prima di morire, siano state ricevute dai destinatari, e cioè Papa Giovanni Paolo II e il cardinale Pietro Palazzini, all’epoca prefetto della Santa Congregazione delle cause dei Santi. Io credo che le richieste di Bongiovanni siano pienamente giustificate. E’ doveroso che il Vaticano risponda alle rogatorie ed anche che prenda posizione sui contenuti della sentenza citata. Tutti possono commettere degli errori, anche il Vaticano ovviamente. E quindi se, nell’accettare le richieste di Bongiovanni il Vaticano ammettesse, di fatto, di aver compiuto degli errori, ciò non dovrebbe creare alcun timore. La mancanza di trasparenza, il silenzio, invece, potrebbe alimentare sospetti, anche infondati. Non penso, comunque, che il Vaticano accetti quelle richieste. In situazioni diverse, come nei casi di pedofilia di cui si sono resi colpevoli numerosi sacerdoti, il Vaticano ha ammesso le loro colpe solo quando vi è stato costretto. Le vicende relative all’omicidio di Calvi e soprattutto i rapporti tra la mafia siciliana e lo Ior ormai non destano più grande interesse ed è più che probabile che il Vaticano continui a tacere.
| inviato da paoloborrello il 24/1/2012 alle 9:55 | |
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22 gennaio 2012
In aumento i casi di femminicidio
In Italia i casi di femminicidio sono in aumento. La gran parte delle donne sono state uccise da membri della propria famiglia. Anche di queste problematiche si occupa il rapporto “Ombra” sulla condizione delle donne nel nostro paese. In una nota (fonte: Redattore sociale) pubblicata su www.partitodemocratico.it viene preso in esame il rapporto in questione:
“La violenza maschile sulle donne è la prima causa di morte per le donne in tutta Europa e nel mondo. Nel nostro continente ogni giorno 7 donne vengono uccise dai propri partner o ex partner.
In Italia solo nel 2010 i casi di femminicidio sono stati 127: il 6,7% in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia. In particolare, 68 sono state uccise dal partner e 29 dall’ex partner.
Dunque, in più della metà dei casi il femminicidio è stato commesso nell’ambito di una relazione sentimentale, in corso o appena terminata, per mano del coniuge, convivente, fidanzato o ex.
La maggior parte delle vittime è italiana (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%).
Solo una minima parte di questi delitti è avvenuta per mano di sconosciuti. Nella restante parte dei casi è avvenuto per mano di un altro parente della vittima o comunque di persona conosciuta.
E’ uno degli aspetti più delicati su cui si concentra il rapporto “Ombra” della società civile sulla condizione delle donne in Italia.
‘I media spesso presentano i casi di femminicidio come frutto di delitti passionali, di un’azione improvvisa ed imprevedibile di uomini vittime di raptus e follia omicida – si legge nel rapporto -.
In realtà questi sono l’epilogo di un crescendo di violenza a senso unico e generalmente sono causati da un’incapacità di accettare le separazioni, da gelosie, da un sentimento di orgoglio ferito, dalla volontà di vendetta e punizione nei confronti di una donna che ha trasgredito a un modello comportamentale tradizionale’.
Un ruolo che in Italia è ancora relegato a quello di madre e moglie, oppure di oggetto del desiderio sessuale. Secondo il rapporto, nel momento in cui la donna italiana cerca di uscire da questi schemi, nasce il rifiuto del partner maschile alla sua emancipazione ‘che si trasforma in forme di controllo economico, di violenza psicologica, di violenza fisica, e che può arrivare fino all’uccisione della donna’, secondo gli autori del rapporto.
A influire negativamente in termini legislativi sono anche i tempi troppo lenti per ottenere il divorzio in un paese come il nostro. Devono trascorrere tre anni dalla prima udienza di richiesta di separazione per poter richiedere il divorzio.
In questo lasso di tempo si intensificano gli atti di violenza. Spesso l’ex marito non si rassegna all’allontanamento dell’ex moglie e mette in atto ‘atteggiamenti persecutori e di controllo con un uso della forza nei confronti della donna e che possono portare sino all’omicidio della stessa’…
Secondo l’onorevole Rosa Villecco Calipari (Pd), ‘bisogna allentare la morsa discriminatoria che è strutturale in questo paese’. E da Calipari arrivano alcune proposte immediate per migliorare la situazione delle donne in Italia, a partire dalle considerazioni contenute nel rapporto presentato…
L’altra proposta di Calipari è di creare ‘un piano nazionale antiviolenza’. ‘C’è il problema dei centri antiviolenza che avevano subito pesantissimi tagli e il cui piano di finanziamento è una tantum, vale per un anno, un anno e mezzo.
Abbiamo una situazione a macchia di leopardo, ci sono regioni e regioni. La deregulation ha aumentato la differenziazione sul territorio, ha continuato.
I centri antiviolenza sostengono da 20 anni le donne che subiscono violenza in questo paese, e andrebbero valorizzati con una raccolta di dati statistici perché ci consentono di vedere la realtà’.
Poi, partendo dalla considerazione che la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni è il femminicidio, Calipari chiede un piano nazionale antiviolenza.
‘Serve una strategia coordinata, ha detto. Gli stereotipi sono legati alla violenza, se creo un’immagine di oggetto sessuale, è difficile che poi la violenza non venga perpetrata su questa persona’...”.
Per diminuire i casi di femminicidio è senza dubbio necessario accrescere le attività repressive, introdurre delle modifiche nella legislazione, potenziare i centri antiviolenza. Ma non è sufficiente. Io credo infatti che occorra promuovere dei cambiamenti di natura culturale, soprattutto relativamente al ruolo che, secondo gli uomini, le donne devono svolgere nell’ambito della società italiana. Nel corso del tempo, a tale proposito, si sono verificati cambiamenti importanti. Ma sono auspicabili ulteriori mutamenti, anche perché mi sembra che, negli ultimi anni, invece di andare avanti siano stati compiuti dei passi indietro, non accettabili.
| inviato da paoloborrello il 22/1/2012 alle 11:59 | |
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20 gennaio 2012
Come ridurre le spese pubbliche inutili
Per ridurre il deficit e il debito pubblico spesso si sostiene che è molto difficile diminuire la spesa pubblica e che pertanto è più agevole fare affidamento ad aumenti delle imposte. In realtà è possibile diminuire la spesa pubblica o meglio quella parte di essa che è il frutto di sprechi ed inefficienze. Si utilizza frequentemente il termine “spending review” quando si affronta una tale problematica. Cosa significa? Come si può ridurre la spesa pubblica? Per rispondere a queste domande è possibile in primo luogo leggere un articolo di Giorgio Santilli, pubblicato da “Il Sole 24 ore”, intitolato “Stop alla spesa pubblica, con la spending review”:
“Non è vero che la spesa pubblica corrente sia rigida e tagliarla è un'operazione impossibile. Né è vero che per tagliare la spesa pubblica sia necessario fare ricorso a metodi astratti, come quello dei tagli lineari, un tot per cento a tutti, senza tener conto dell'utilità della spesa che si taglia.
Affermazioni, le une e le altre, che si sono sentite fare spesso in passato da ministri in carica. Sono alibi che non arrivano al cuore del problema, utili a chi ha interesse a mantenere lo status quo e a non vedere come stanno davvero le cose.
E le cose stanno anzitutto come testimonia l'ultima edizione del bilancio dello Stato, approvata dal Governo Berlusconi in ottobre: la spesa corrente pesava, al netto degli interessi, per 367.587 milioni di euro nel 2011 e peserà 375.854 milioni di euro nel 2012, con un aumento del 2,24%, mentre la spesa in conto capitale (quindi per gli investimenti) passa dai 42.839 milioni del 2011 ai 35.234 milioni del 2012, con una riduzione del 17,7 per cento.
Come accade da anni, ininterrottamente, non tagliare la spesa corrente significa rinunciare a quegli investimenti pubblici come tecnologia e infrastrutture che creerebbero occupazione e sviluppo.
Dire che la spesa pubblica corrente non si può tagliare e continuare a non tagliarla significa rinunciare a una fetta consistente di ricchezza presente e futura per il Paese.
Le inchieste dei giornali di questi giorni ci dicono che la spesa corrente non è affatto incomprimibile. Ci dicono che nella spesa pubblica continuano ad annidarsi truffe, sprechi e privilegi enormi.
Basta leggere in questa pagina le operazioni svolte dalla Guardia di Finanza contro gli sprechi e le truffe nella sanità: truffe per 400 milioni e un danno erariale per due miliardi negli ultimi tre anni. False autocertificazioni, false attestazioni di ricovero, iperprescrizioni di farmaci, furti ricoveri portati alla luce. Illeciti condotti da operatori del settore e da privati che continuano a mungere come possono la grande mucca del debito pubblico.
Un faro del tutto simile è quello acceso dalla Guardia di Finanza (e dal Corriere della Sera che ha pubblicato il rapporto) sulla truffa dei dipendenti pubblici che svolgono un doppio lavoro o una consulenza senza avere l'autorizzazione. Anche lì parliamo di 55 milioni di truffe accertate in tre anni.
Non sono piccole cifre neanche se confrontate alla montagna della spesa pubblica. Molte altre truffe e illeciti si svolgono ogni giorno dentro i meccanismi di una spesa senza controlli e senza qualità, dai falsi invalidi alla corruzione dilagante denunciata ancora una volta dal presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, dalle colonne di Repubblica.
Ma il punto è anche un altro. Passare dalla rassegna di patologie gravi a una riprogrammazione dettagliata della spesa per eliminare gli sprechi di ogni tipo.
La macchina pubblica va ridimensionata e deve concentrarsi su ciò che è davvero essenziale. Si può fare, con un'adeguata spending review, già prevista dalla legge. L'importante è partire subito con il piede giusto, senza ulteriori rinvii”.
In un articolo pubblicato su www.iljournal.it ci si occupa con maggiore precisione della “spending review”:
“C’è un termine che il premier Mario Monti ha usato più volte nel suo discorso di presentazione del programma di governo: si tratta della ‘spending review’ ( revisione della spesa), due parole inglesi che però fanno subito pensare a un’anomalia tutta italiana, quella dei costi della politica.
Non è un caso, infatti, che per il ministero dei Rapporti col Parlamento sia stato scelto Piero Giarda, docente di Scienza delle Finanze, ma anche grande esperto di spesa pubblica.
La manovra di agosto e le intenzioni di questo esecutivo tecnico hanno messo in luce proprio la costituzione di questo meccanismo di revisione della spesa.
Lo stesso Giarda è stato protagonista di un rapporto molto interessante, un lavoro commissionato dall’ex ministro Giulio Tremonti per studiare il modo più efficace di riformare il Fisco.
L’economista milanese era andato anche oltre, stilando i principali sprechi italiani da combattere, un documento che ora diventerà molto probabilmente una guida fondamentale per l’intero governo Monti.
In pratica, l’analisi di Giarda era andata nella direzione del budget pubblico e della sua evoluzione storica, cercando di comprendere cosa nel corso degli anni avesse provocato la situazione attuale.
Ebbene, a cosa dovrebbe rivolgersi questa spending review, ora che l’ex senatore è anche un ministro della Repubblica?
Il rapporto Giarda era stato molto chiaro, elencando ben dieci tipi di sprechi diversi.
Quali sono esattamente?
Anzitutto, bisogna precisare che il riferimento è andato agli enti locali: lo spreco di Tipo 1 è l’uso di fattori produttivi in misura maggiore rispetto alla quantità necessaria (ad esempio una macchina costosa e poco utilizzata).
Il Tipo 2, invece, ricomprendere l’acquisizione di fattori della produzione con un pagamento superiore a quello di mercato (l’acquisto di farmaci in primis).
Il terzo spreco in assoluto è invece quello che prevede delle tecniche produttive errate rispetto ai prezzi dei fattori impiegati (lo Stato è fin troppo abituato a sfruttare tecniche ad alta intensità di lavoro).
Si passa poi per il Tipo 4, vale a dire l’uso di modi di produzione antichi e non più efficienti, con evidenti conseguenze dal punto di vista dei costi (le nostre strutture investono troppo poco nelle nuove tecnologie).
Gli altri sprechi, poi, ordinati sempre in ordine numerico, sono quelli relativi all’impiego di attori non compatibili (lavoro non specializzato), l’errata identificazione dei soggetti meritevoli di aiuto e sostegno in relazione al reddito, la progettazione di opere incomplete, l’avvio di nuovi programmi di spesa senza avere testato i possibili benefici, la programmazione inadeguata alla domanda e, infine, la spesa effettuata con budget permanenti.
Si tratta di sprechi noti e da estirpare, sarà sufficiente la lunga lista del ministro Giarda per avere finalmente la meglio e far ripartire l’Italia? Comunque, anche se non bastasse, sarebbe certamente uno splendido inizio”.
Gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni e quindi le spese pubbliche inutili sono molto consistenti. Non è certo facile ridurle. Ma se la volontà politica ci sarà e se l’impegno di attuare le decisioni politiche sarà adeguato, si potranno risparmiare notevoli risorse finanziarie, da utilizzare per aumentare le spese per investimenti, le spese correnti non inutili, come le spese sociali ed anche per ridurre le imposte, sul lavoro dipendente e sulle imprese, determinando così un incremento dei consumi e degli investimenti privati. Mi sembra evidente pertanto che la riduzione delle spese pubbliche inutili dovrebbe essere un obiettivo prioritario del governo Monti. Staremo a vedere se sarà effettivamente perseguito.
| inviato da paoloborrello il 20/1/2012 alle 8:29 | |
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19 gennaio 2012
Poche residenze per anziani e di bassa qualità
Ieri è stato reso noto che sette infermieri di una casa di riposo di Sanremo sono stati arrestati per aver maltrattato diversi anziani. Ho ritenuto opportuno pertanto occuparmi di una dichiarazione di Carla Cantone, segretaria dello Spi-Cgil, pubblicata su www.affaritaliani.libero.it e di una ricerca, realizzata sempre dallo Spi, presentata nel corso di una giornata di studio su “Residenze per la terza età: scenari e prospettive”. Questa è la dichiarazione di Carla Cantone:
“La situazione complessiva delle residenze della terza età non è positiva: sono poche di numero, la qualità è ridottissima e c’è il minimo indispensabile.
C’è ancora molto da fare tant’è vero che spesso noi chiediamo che vi sia l’assistenza integrata alle famiglie per favorire la domiciliarità. Gli anziani più fortunati riescono a rimanere in famiglia, ma le famiglie devono essere aiutate e questo è un problema perché con il taglio delle risorse ai Comuni la domiciliarità è messa a rischio.
Per quanto riguarda le strutture si guarda di più allo spazio dove mettere l’anziano invece di verificare il suo stato di salute, la sua condizione affettiva, le necessità terapeutiche per essere accompagnato.
Non è detto che una persona che va in una residenza per anziani sia destinato a diventare non autosufficiente. Bisogna avere un progetto di tutela e di cura terapeutica.
E' necessario coniugare i diritti di cittadinanza con i diritti di chi lavora arrivando a fare un patto di cittadinanza fra le famiglie, l’anziano che ne ha bisogno e gli operatori sanitari. Un patto per far sì che gli anziani, anche quando devono uscire dalla famiglia e ricoverarsi in un centro residenziale, vengano considerati ancora della persone.
Bisogna fare una scelta di civiltà, utilizzare risorse per rispondere a 12 milioni di persone di cui 3 milioni non autosufficienti e i fondi si possono trovare.
Occorre la presa in cura dal punto di vista della tutela sanitaria perché molti potrebbero essere recuperati ad una vecchiaia dignitosa.
E' necessario anche che le strutture residenziali degli anziani siano aperte, che vi sia vigilanza e controllo. Non devono essere efficienti solo nel giorno della visita dei parenti ma devono esserlo sempre. Occorre poter entrare nelle residenze e controllare quello che succede. Non voglio criminalizzare nessuno, ma i casi di violenza sono troppi”.
In un articolo pubblicato su www.dirittiglobali.it (fonte Redattore sociale) sono stati esaminati i principali risultati della ricerca citata all’inizio (la versione completa della ricerca è disponibile sul sito www.spi.cgil.it):
“In Italia le strutture residenziali e semiresidenziali, sia pubbliche che private, sono circa 5.000, per un totale di oltre 265.000 posti letto e per oltre il 40% si tratta di case di riposo.
A fare il quadro italiano sulle residenze per la terza età è il Sindacato pensionati italiani e la Funzione pubblica della Cgil riunitesi presso il centro congressi Frentani di Roma in una giornata di studio sulle residenze per anziani.
Lo studio del sindacato premette alcuni dati di carattere generale: gli anziani in Italia superano i 12 milioni.
Di questi sono circa 3 milioni le persone comprese tra gli 80 e gli 89 anni. Circa 440.000 sono, invece, gli ultra 90enni. Le persone over 65 anni sono per il 58% donne contro il 42% di uomini.
Si ipotizza che la percentuale di anziani in Italia sarà del 24%. La percentuale è destinata a salire ulteriormente e nel 2051 sarà di oltre il 34%.
Secondo stime ufficiali ad oggi circa 2,7 milioni di anziani sono parzialmente o del tutto non autosufficienti. Anche questo dato però risulta essere in crescita e nel 2015 queste persone arriveranno ad essere 3 milioni.
L’indagine ha monitorato 564 strutture residenziali e 82 semiresidenziali, per un totale di 646 unità distribuite su tutto il territorio nazionale.
Delle strutture analizzate, il 43% è costituito da Case di riposo, il 27% da Residenze sanitarie assistenziali (Rsa), il 10% da Comunità alloggio, il 4% da Centri residenziali, il 3% da Case albergo e il 2% da Case famiglia. La rilevazione dei centri diurni semiresidenziali è stata, invece, accorpata in tre aree. La prima riguarda strutture per anziani fragili (54%), la seconda i Centri territoriali rivolti ad utenti anziani con Alzheimer (43%) mentre la terza un insieme di tipologie di altri centri con il 3%.
Un tema importante, quello delle residenze, anche a causa dell’aumento della popolazione anziana in Italia…”.
Le richieste di Carla Cantone sono condivisibili. Senza dubbio una politica pubblica per gli anziani non si può basare esclusivamente sulle residenze per la terza età. Ma un loro maggior numero e un aumento della qualità dei servizi erogati possono rivelarsi molto utili, soprattutto in prospettiva, considerando che la percentuale degli anziani sulla popolazione complessiva è destinata ad aumentare considerevolmente. Per raggiungere gli obiettivi appena citati, relativi alle residenze per anziani, sono necessarie maggiori risorse finanziarie pubbliche, del resto indispensabili anche per altri interventi riguardanti la terza età. E allora? Come è possibile ottenere maggiori fondi pubblici in un periodo nel quale si devono ridurre il deficit e il debito pubblico? E’ possibile, se si intende realmente riqualificare la spesa pubblica, eliminando i veri sprechi con la cosiddetta “spending review” e privilegiando gli utilizzi veramente necessari, tra i quali sicuramente le spese sociali e quindi anche quelle rivolte agli anziani.
| inviato da paoloborrello il 19/1/2012 alle 10:14 | |
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17 gennaio 2012
Mafia Spa, la più grande banca italiana
E’ stata presentata la XIII edizione del rapporto di Sos Impresa, “Le mani della criminalità sulle imprese”. Sos Impresa è un’associazione, nata nel 1991 a Palermo per iniziativa di un gruppo di commercianti, che tenta di contrastare il racket delle estorsioni, l’usura e tutte le forme di criminalità che ostacolano la libertà d’impresa. La versione completa del rapporto si può leggere su www.sosimpresa.it. Nel blog di Roberto Galullo, denominato “Guardie e ladri”, www.robertogalullo.ilsole24ore.com, è contenuta una sintesi del rapporto:
“La più grande banca italiana è virtuale: si chiama mafia. Da sola, ogni anno, può contare su una liquidità di 65 miliardi, al netto delle spese per l’acquisto delle materie prime, i servizi, il personale, la latitanza e gli imprevisti che hanno una propria voce negli accantonamenti di bilancio.
Sessantacinque miliardi di utile, solo per avere un termine di paragone, sono circa 25 miliardi in più dell’ultima manovra finanziaria targata Monti.
E’ il dato più nuovo e preoccupante stimato dal XIII rapporto Sos Impresa di Confesercenti, presentato a Roma.
‘Temiamo sempre di più, anche alla luce dei segnali che stiamo cogliendo ultimamente - spiega al Sole 24 Ore il presidente Lino Busà – che alcune imprese in difficoltà possano essere attratte da tanta liquidità e pensare di risolvere così i propri problemi in tempi di crisi. E’ un aspetto inquietante che dovrebbe diventare un punto fermo nell’agenda di ogni Governo’.
Del resto il peso della criminalità mafiosa – racket, pizzo ed usura - che incide direttamente sul mondo dell’impresa da solo sfiora i 100 miliardi (sui complessivi 138 che fattura annualmente la Mafia Spa), pari a circa il 7% del Pil nazionale.
Una massa enorme di denaro che passa quotidianamente dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori a quelle dei mafiosi. Le imprese subiscono 1.300 reati al giorno, praticamente 50 all’ora, quasi un reato ogni minuto.
La pressione delle mafie sul mondo dell’impresa è camaleontica: si adatta all’evoluzione (o involuzione dell’economia) ed è in grado di proporre una scala di modelli.
Oggi la criminalità organizzata e mafiosa, pur non tralasciando la pratica del pizzo, entra nell’impresa con faccendieri, intermediari, pseudo imprenditori che offrono merci rubate o contraffatte, impongono acquisti, vendono gadget inutili quanto costosi.
Chiedere il pizzo è diventato, infatti, sempre più pericoloso: aumenta la propensione alla denuncia e alla collaborazione, intensifica l’attività delle forze dell’ordine.
‘I clan sono in difficoltà con i pagamenti degli stipendi e allora i picciotti si sono riciclati e hanno aperto partita Iva – spiega Marco Venturi, presidente nazionale di Confesercenti – e sostanzialmente non siamo di fronte solo alle classiche aggressioni della mafia alle imprese, ma a una mafia che si fa impresa’.
Gli esempi si sprecano. Nel settore ortofrutticolo, negli ultimi mesi, sono state sequestrate 79 aziende di autotrasporto, 291 per la produzione e la commercializzazione. Va poi aggiunto il sovrapprezzo per il monopolio del trasporto su gomma, del packaging e altro.
‘Numeri che danno la dimensione del condizionamento della filiera agroalimentare in un settore strategico del sistema Italia – continua Venturi - e se l’ortofrutta è un settore tradizionale di infiltrazioni mafiose, altrettanto preoccupante è l’aggressione al comparto turistico e alberghiero’.
Recenti indagini giudiziarie hanno portato alla luce, soprattutto in Calabria e in Sicilia, il sequestro di grandi villaggi turistici e complessi alberghieri di lusso che mettono in luce attività collusive tra imprenditoria mafiosa e amministrazioni locali, il più delle volte in spregio alle stesse risorse ambientali e turistiche.
L’usura è tornata a essere un’emergenza nazionale, alimentata da una crisi economica che costringe alla chiusura 50 aziende al giorno e che ha bruciato, solo nel 2011, 130.000 posti di lavoro.
A conferma il trend dei fallimenti, che ha subìto una forte accelerazione: + 16,6% nel 2008, + 26,6% nel 2009, + 46% nel primo trimestre del 2010. Mentre l’indebitamento medio per impresa è di circa 180.000 euro, cresciuto negli ultimi 10 anni del 93%.
Sono oltre 200.000 i commercianti colpiti dall’usura, per un giro d’affari che sfiora 20 miliardi. Milano e il Nordest sono le aree più penalizzate, con le banche che tendono a restringere il rubinetto dei finanziamenti e a chiedere rientri immediati dei fidi, mentre i mafiosi sono gli unici a girare con le borse pieni di soldi.
‘Soldi sporchi, ma spesso gli unici circolanti, cui ci si affida per non vedere fallire e chiudere la propria azienda’ ricorda Venturi. E qui il cerchio si chiude”.
La mafia che si fa impresa. E’ uno dei contenuti più preoccupanti dell’articolo di Galullo. E dimostra chiaramente come la lotta alle mafie debba necessariamente adeguarsi ai cambiamenti intervenuti nei loro rapporti con le imprese. Le forze dell’ordine, la magistratura, hanno ben presenti questi cambiamenti e tentano di comportarsi di conseguenza. Ma anche altri soggetti, come le associazioni imprenditoriali, devono farlo. Risulta evidente quindi quanto risulti preziosa l’attività di Sos Impresa.
| inviato da paoloborrello il 17/1/2012 alle 10:36 | |
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15 gennaio 2012
La sessualità online degli adolescenti
L’associazione Save the Children ha realizzato la ricerca “Sessualità e Internet: i comportamenti dei teenager italiani”. Uno dei temi principali affrontati nella ricerca è il cosiddetto “sexting”, cioè il postare o lo scambiare via cellulare immagini particolarmente provocanti di sé (nudi o semi-nudi) con amici e/o sconosciuti. In un comunicato di Save the Children ci si occupa dei contenuti della ricerca in questione:
“‘Il sito con foto di ragazze adolescenti ritratte nude, individuato e chiuso dalla Polizia postale e delle comunicazioni di Catania, porta alla luce un fenomeno che è diffuso e ben presente a Save the Children, che sul sexting ha realizzato la ricerca ‘Sessualità e Internet: i comportamenti dei teenager italiani’, documentando con dati chiari ed espliciti, quel segmento di vita di adolescenti e pre-adolescenti che è la sfera sessuale’, commenta Raffaela Milano, responsabile Programmi Italia e Europa Save the Children.
Secondo la ricerca il 4% di ragazzini e ragazzine italiani fra i 12 e i 14 anni dichiara esplicitamente di inviare spesso fotografie di sé nudi o in pose sexy. Percentuale che sale all'8% fra i 15-17.
Ma il dato è probabilmente sottostimato: perché richiesti di un proprio parere su quanto siano diffusi tra gli amici certi comportamenti come inviare video o immagini di sé nudi o semisvestiti, il 22% dice che sì, questa è una pratica diffusa.
Se poi si chiede a che età si è inviato il primo messaggio un po’ osé, con sottintesi e riferimenti sessuali, le conferme fioccano e le percentuali salgono: ben il 47% dice di averlo fatto tra i 10 e 14 anni, gli altri dai 15 in su.
In particolare tra i comportamenti che gli intervistati dichiarano diffusi tra la propria cerchia di amici, molto presente inviare messaggi con riferimento al sesso (43%), inviare dati personali a qualcuno conosciuto in Internet (43%), guardare video o immagini a sfondo sessuale su Internet (41%), ricevere messaggi con riferimento al sesso (41%), dare il proprio numero di telefono a qualcuno conosciuto in Internet (40%) e, non ultimo, tra i più diffusi, avere rapporti intimi con qualcuno conosciuto solo in rete (22%).
Anche lo scambio di immagini o video personali a contenuto sessuale sembra essere un fenomeno piuttosto diffuso (fra gli amici) secondo il 22% degli intervistati, percentuale che scende al 17% per i giovanissimi (12-14 anni), ma risale al 25% per i 15-17enni e al 26% per gli over 17.
Interessante sottolineare come la percentuale di diffusione sia pari al 14% per lo scambio di immagini proprie di nudo al fine di ricevere regali come ricariche e ricompense in denaro.
E percentuali analoghe emergono laddove i ragazzi vengono interpellati sui loro comportamenti e non su quelli degli amici: il 45% dichiara di ricevere messaggi con riferimento al sesso, il 37% dà il suo numero di cellulare online, il 24% riceve immagini o video di persone conosciute solo online seminude o nude, il 19% ammette di avere rapporti intimi con qualcuno conosciuto in rete.
Quanto alla gestione dei propri dati personali, i ragazzi non sembrano curarsi molto di che fine facciano e li consegnano alla rete spesso e facilmente: il 44% degli intervistati dichiara infatti di postare proprie foto e il 34% di pubblicare video su di sé.
‘Quello che colpisce è che questi giovani si dichiarano consapevoli dei rischi e dei pericoli nei quali rischiano di incappare’, prosegue Raffaela Milano. ‘Le molestie via cellulare o e-mail vengono segnalate come un problema all’ordine del giorno da circa un terzo degli intervistati (29%), così come l’alta probabilità - dichiarata dal 37% - di imbattersi in maniaci o squilibrati in caso di scambio di immagini a contenuto sessuale. Tuttavia anche se sono razionalmente consapevoli che prevalgono i rischi (76%) sui vantaggi (7%) questo non sembra essere un deterrente’.
D’altra parte il modo con cui i ragazzi vivono la sessualità online sembra il riflesso di una serie di comportamenti ‘off line’ particolarmente a rischio.
Il 40% degli intervistati segnala come diffuso tra i propri amici, l’avere rapporti sessuali completi (il 15% tra coloro che hanno 12-14 anni), il 30% il consumo di droghe leggere, (13% tra i più giovani; 40% tra i 15-17enni), il 24% atteggiamenti di disprezzo verso stranieri o disabili, il 19% segnala come diffuso il partecipare attivamente ad episodi di bullismo (ed il 22% dichiara diffuso tra i propri amici il subirlo), il 15% il furto nei negozi, il 13% la guida senza patente ed 12% l’uso di droghe pesanti (il 7% tra i 12-14enni).
‘In questo contesto, lo scambio di fotografie proprie ed altrui nude in internet probabilmente non appare agli occhi dei ragazzi più di tanto preoccupante’, spiega ancora Raffaela Milano.
Quanto al perché i teenager italiani decidono di ‘svelarsi’ in rete, la risposta più frequente è su stimolo di amici (43%) e fidanzati (33%), anche se non è trascurabile l’input di persone conosciute in internet o sconosciute.
E poi Internet ha, ai loro occhi, un ritorno positivo: per molti consente di vincere la timidezza, divertirsi e avere relazioni ‘extra’.
‘Le motivazioni che spingono i ragazzi sembrano essere afferenti più alla sfera dell’autostima e dell’affermazione di se stessi che il frutto di una valutazione attenta e lucida’, commenta ancora Raffaela Milano, ‘e questo sembra confermare come l’utilizzo che i ragazzi fanno di Internet e cellulari sia fortemente influenzato dalla sfera delle relazioni e delle emozioni e che pertanto l’affettività e sessualità, insieme alla percezione del rischio e alla consapevolezza dei pericoli, sia un ambito fondamentale sul quale agire in termini di prevenzione quando si parla di sicurezza in rete.
Ricordiamo al riguardo che il 7 febbraio prossimo si celebra in tutto il mondo la giornata della sicurezza in rete per i più giovani, e ci auguriamo che sia l’occasione per una riflessione profonda sulle responsabilità di tutti gli attori istituzionali e non, poiché nessuno singolarmente possiede tutte le competenze e gli strumenti necessari per la tutela di bambini e adolescenti online. La realizzazione di un ambiente sicuro è una responsabilità condivisa’”.
Internet è diventato sempre più importante per i giovani, per gli adolescenti in primo luogo. Il problema della sicurezza in Rete per i più giovani, pertanto, ha assunto un notevole rilievo. Di conseguenza è auspicabile che quanti possono agire concretamente affinchè quel problema sia affrontato con efficacia, lo facciano realmente, nella consapevolezza che i soggetti coinvolti sono diversi e non sono solo le autorità competenti ma anche le famiglie, i genitori soprattutto, le quali devono svolgere inevitabilmente un ruolo fondamentale, per il quale devono essere però sostenute nella misura adeguata.
| inviato da paoloborrello il 15/1/2012 alle 12:51 | |
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13 gennaio 2012
Guantanamo: un decennio di violazioni dei diritti umani
Amnesty International ha pubblicato un rapporto denominato “Guantanamo: un decennio di danni ai diritti umani” nel quale viene esaminata la situazione determinatasi dall’inizio dell’attività del centro di detenzione in questione, gestito dagli Usa, fino ad oggi. In una nota di Amnesty si riferisce del rapporto:
“La mancata chiusura del centro di detenzione di Guantanamo da parte del governo degli Usa sta lasciando un'eredità velenosa ai diritti umani. Lo ha dichiarato Amnesty International, pubblicando il rapporto ‘Guantanamo: un decennio di danni ai diritti umani’, in coincidenza col decimo anniversario del trasferimento dei primi detenuti.
Il rapporto di Amnesty International mette in luce il trattamento illegale subito dai detenuti di Guantanamo e spiega le ragioni per cui il centro di detenzione continua a rappresentare un attacco ai diritti umani.
‘Guantanamo ha finito per diventare il simbolo di 10 anni di sistematica mancanza di rispetto per i diritti umani da parte degli Usa nella loro reazione agli attacchi dell'11 settembre. Il governo statunitense ha violato i diritti umani dal primo giorno di apertura del centro di detenzione e continua a violarli ora che entriamo nell'undicesimo anno’ - ha dichiarato Rob Freer, ricercatore di Amnesty International sugli Usa.
Nonostante l'impegno del presidente Obama a chiudere Guantanamo entro il 22 gennaio 2010, alla metà dello scorso dicembre vi rimanevano 171 uomini, di cui almeno 12 trasferiti l'11 gennaio di 10 anni fa: uno di essi sta scontando una condanna all'ergastolo inflitta da una commissione militare nel 2008, gli altri 11 non sono mai stati incriminati.
L'Amministrazione Obama (quanto meno, ampi settori delle tre branche del governo federale) ha adottato l'architettura della ‘guerra’ globale disegnata sotto la presidenza Bush.
L'attuale Amministrazione, nel gennaio 2010, ha asserito che 48 detenuti di Guantanamo non potranno essere processati né rilasciati, ma dovranno rimanere in detenzione militare a tempo indeterminato, senza accusa né processo penale, in base a un'interpretazione unilaterale delle leggi di guerra.
‘Fino a quanto gli Usa non considereranno queste detenzioni come una questione di diritti umani, l'eredità di Guantanamo sopravviverà, a prescindere se verrà chiuso o meno’ - ha commentato Freer.
Il centro di detenzione, situato in una base navale statunitense a Cuba, è diventato simbolo di torture e maltrattamenti da quando è stato aperto, quattro mesi dopo gli attacchi dell'11 settembre.
Tra coloro che sono tuttora detenuti a Guantanamo, vi sono persone che gli Usa hanno sottoposto a torture e a sparizione forzata prima di essere trasferite nel centro di detenzione.
Vi è stata scarsa, se non nulla, assunzione di responsabilità per questi crimini di diritto internazionale, commessi nel contesto di un programma di detenzioni segrete portato avanti sotto l'autorità presidenziale.
Il governo Usa ha sistematicamente impedito ogni tentativo, da parte degli ex detenuti di Guantanamo, di ottenere una riparazione per queste violazioni dei diritti umani.
In 10 anni, solo uno dei 779 detenuti di Guantanamo è stato trasferito negli Usa per essere processato da una corte federale civile. Altri hanno subìto processi iniqui da parte delle commissioni militari. L'Amministrazione Usa intende chiedere la pena di morte nei confronti di sei detenuti attualmente sotto processo.
L'Amministrazione Obama ha attribuito la mancata chiusura di Guantanamo al Congresso, che a sua volta è venuto meno al suo dovere di ottemperare ai principi del diritto internazionale dei diritti umani da applicarsi in questo contesto.
‘In base al diritto internazionale, le leggi e le politiche nazionali non possono essere invocate per giustificare il mancato rispetto degli obblighi derivanti dai trattati. È un modo inadeguato di rispondere, quello di una branca del governo che addossa a un'altra un fallimento in tema di diritti umani. Il diritto internazionale richiede che siano trovate soluzioni, non alibi’ - ha concluso Freer”.
Il centro di detenzione di Guantanamo va chiuso e devono essere accolte le atre richieste contenute nel rapporto di Amnesty International. Stupisce che l’amministrazione Obama non si sia comportata, relativamente a Guantanamo, in modo molto diverso da quella precedente. E’ necessario un completo cambiamento di rotta. Forse Obama attende la rielezione per fare qualcosa? Non lo so. Ma per il rispetto o meno dei diritti umani, a Guantanamo come altrove, non si dovrebbero attendere le diverse scadenze elettorali.
| inviato da paoloborrello il 13/1/2012 alle 9:35 | |
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